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Lulu Rimmel, un’artista underground in un corpo di bambola

La performer dalle ossa di cristallo canta al suono del suo ukulele. E la disabilità? È solo una parte del suo percorso di vita. Ma poi un regista l’ha notata e le ha dedicato un docufilm: anteprima romana il 22 ottobre al Multisala Barberini

21 ottobre 2019

ROMA - Dopo il successo al Giffoni Film Festival, “Cuore di Bambola” il docu-film di Antonio Di Domenico sulla vita della performer romana Veronica Tulli, in arte Lulu Rimmel, sarà in anteprima a Roma il 22 ottobre prossimo, al Multisala Barberini. Nonostante l’osteogenesi imperfetta, nota anche come malattia delle ossa di cristallo, Veronica è determinata a farsi strada nel difficile mondo dell’underground romano e a diventare, un giorno, una vera pop star. Di seguito l’intervista pubblicata su SuperAbile Inail, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità.
  
Le piace definirsi una persona in continuo mutamento, in grado di rivoluzionare tutto ogni mattina, per diventare ogni giorno una donna diversa. Veronica Tulli, 28 anni, in arte Lulu Rimmel, è una performer che con il suo ukulele calca le scene dell’underground romano. Affetta da osteogenesi imperfetta, la cosiddetta sindrome delle ossa di cristallo, è piccola ma non passa di certo inosservata. Tanto da colpire l’immaginazione del regista Antonio Di Domenico, che sulla sua vita ha realizzato il docufilm Cuore di bambola, presentato a fine luglio al Giffoni Film Festival e, a partire dal mese di settembre, in programma nelle sale italiane.
 
Veronica, può raccontarci chi è Lulu Rimmel?
Lulu Rimmel è il personaggio che ho scelto per la mia carriera musicale. Io la immagino come una bambola che canta e suona il suo ukulele. Fosse per me, la farei solo cantare perché, anche se può parlare, a lei non va di farlo. Ma quando parla ha la personalità di una bambina, ammicca, si diverte, ride senza motivo. Eppure ti dà l’impressione che ci sia dell’altro, qualcosa di oscuro. Io la vedo così.

Da cosa prende il nome il documentario​Cuore di Bambola?
È un titolo che non ho scelto io, ma lo trovo molto calzante. Gioca sul personaggio che rappresento in scena, ma fa riferimento anche al cuore che si nasconde dietro la maschera.
 
La realizzazione del documentario è durata tre anni. Come è cominciato tutto?
Inizialmente doveva essere la prima puntata di una serie, poi il regista Antonio Di Domenico ha preferito fare un documentario solo su di me. Ho conosciuto Antonio da Eataly, davanti a un caffè. Sono certa che abbia scorto qualcosa in me quel giorno. Magari ha visto cose che nemmeno ci sono nella realtà o che io non sono sicura di avere. In ogni caso, ho cercato di essere me stessa in ogni situazione, senza mai nascondere i miei difetti.

E cosa è successo nella sua vita in questi tre anni?
Tantissime cose. Soprattutto in ambito artistico, considerando che è molto difficile trovare persone adatte al progetto che hai in mente. Provare diverse soluzioni, comprendere, esplorare fa parte della crescita artistica e personale. Si cambia, si cambiano collaboratori, si cambia modo di essere a seconda delle esperienze. L’unica cosa che forse è rimasta la stessa è la mia voglia di cantare e suonare.
 
Nel documentario non si parla mai espressamente di disabilità. Perché?
Diciamo che a me non piace mai riferirmi a me stessa come a una persona disabile. La disabilità è semplicemente una delle mie caratteristiche fisiche, tanto quanto avere gli occhi scuri o i capelli biondi. Non che ci sia nulla di male nell’essere disabile, ma la mia disabilità non definisce né rappresenta la mia persona. E poi parlare di disabilità, ti inquadra necessariamente in una categoria e io non voglio essere inquadrata in nessuna categoria. Le persone sono piene di pregiudizi e io amo giocarci su. Mi diverto a ingannare chi non mi conosce e mi giudica per la mia disabilità, sul palco funziona sempre. Mi piace creare uno shock e smentire le convinzioni di chi si fa un’idea di me, senza conoscermi. In generale è molto stupido giudicare qualcuno da poche informazioni iniziali, una persona ha mille sfaccettature.

Che​rappresenta per lei la disabilità?
Per me rappresenta una parte del mio percorso di vita e di crescita, sono cresciuta con le “ossa di cristallo”, la cosa ha delle conseguenze che, nel bene o nel male, hanno contribuito a farmi diventare chi sono oggi. La rappresentazione visiva della mia disabilità è data dalla mia sedia a rotelle, molto evidente ovviamente, ma per me rappresenta solo un diverso modo di camminare, di spostarmi. Normalmente le persone usano le proprie gambe, io uso quattro ruote. Niente di più. Con questo non voglio minimizzare la mia situazione clinica. Avere una patologia come la mia non è una cosa banale, ma di certo non permetto alla mia malattia di avere più importanza di quello che merita.​
 
Pensa che la sua esperienza possa essere utile alle persone con disabilità?
Non saprei, non mi sono mai considerata un esempio di vita. Sono semplicemente una persona con dei sogni e delle ambizioni come tutti gli altri. Sono una cantante, ma lo sarei anche se non avessi una malattia genetica. Le mie scelte artistiche e di vita prescindono dalla mia disabilità, questo è fuori dubbio. In più di un’occasione mi sono schierata a favore dei diritti delle persone con disabilità, nonostante non fossi interessata alle singole questioni in prima persona. Esattamente come mi schiero con i diritti delle minoranze, in generale, e contro le discriminazioni di qualunque natura. Per tante cose una persona disabile ha una posizione di svantaggio rispetto agli altri, ma non per questo le sue esigenze e i suoi sogni devono essere considerati meno importanti. Ancora adesso io non mi considero arrivata da nessuna parte, anzi, siamo solo all’inizio di un percorso che chissà dove mi porterà. Cerco di fare il meglio con le mie possibilità, con quello che ho. Se con quello che faccio, mando un messaggio positivo anche alle persone che hanno una disabilità, ne sono felice, ma non è per questo che canto e scrivo canzoni.

E​a tutti gli altri?
Io non faccio distinzioni tra persone disabili e non. Il continuare a sottolineare questo tipo di differenze non fa che creare un baratro, un “noi e loro” che io non promuovo affatto. Partecipo da anni a manifestazioni e serate di beneficenza organizzate da associazioni e trovo davvero triste che il pubblico presente a questo genere di iniziative sia interessato solo all’argomento nello specifico. Così facendo, finiamo per parlarci addosso e non si promuove veramente l’inclusione sociale. Non è colpa di nessuno, ma purtroppo è così. Preferisco suonare e raccontarmi in un pub, perché è vero che sono una persona disabile, ma​in primis​sono un’artista e una cantante. Perciò quando comincio a cantare, circondata da musicisti come me, il fatto che per spostarmi ho bisogno di una carrozzina non conta nulla. Tutto quello che sono a livello artistico nasce da anni e anni di studio, niente mi è stato regalato, come a ogni altro artista. Spero che la mia esperienza sia d’ispirazione alle persone che hanno un sogno nel cassetto, perché con tanto duro lavoro i risultati in generale si ottengono. Se hai un sogno, devi assolutamente combattere per perseguirlo. E questa è una cosa che riguarda davvero tutti.
 
A che tipo di​pubblico è diretto il documentario?
Un pubblico giovane che, come me, ha bisogno di trovare il suo posto nel mondo, che stringe i denti e sgomita per raggiungere un obiettivo. Ma vorrei che lo guardassero anche persone molto diverse da me, perché possa contribuire a far conoscere qualcosa di nuovo anche a chi ha dei pensieri radicati, e spesso errati. Vorrei che arrivasse a tante persone diverse e che ognuna di loro si facesse un’idea propria.
 
Una volta ha raccontato di sognare l’amore, ma che il suo cuore era protetto da un lucchetto. Cosa è successo nel frattempo?
Mi sembra di aver mantenuto la parola data a me stessa. Non ho aperto facilmente il mio lucchetto come promesso. Se ho abbassato le difese, è perché ho avuto la fortuna di incontrare qualcuno che non mi facesse sentire in dovere di difendermi. Tutto qui.

Chi la incontra per la prima volta rimane colpito dai suoi tatuaggi. Cosa rappresentano?
Le persone mi fanno sempre domande simili. Soprattutto quando vedono il tatuaggio del cuore con il lucchetto che ho sul petto. A me sembra così semplice da capire. È un cuore con un lucchetto, protetto da una fitta foresta di rami. Più chiaro di così. Ora, però, l’interesse nei confronti del cuore è stato soppiantato dai tatuaggi sulle dita: da lontano i ghirigori possono sembrare ossa di scheletro, ma in realtà si tratta di un lettering particolare che compone la scritta “sing-song”. È il mio undicesimo tatuaggio e al momento anche l’ultimo. Ho anche una sirena sul braccio destro e una Raperonzolo un po’ cattivella con una lunga treccia della morte: tanti piccoli teschi la decorano e non sono, dunque, di buon auspicio. Ma ci sono anche le ali d’angelo fatte a 18 anni a Dublino, durante una vacanza studio, la scritta “Power of love” intorno al polso e il piccolo bastoncino di zucchero bianco e rosso per ricordarmi di restare sempre dolce. Almeno un po’. E poi il pipistrello portafortuna dietro la spalla e la torre Eiffel sul collo: mia sorella ne ha una uguale in ricordo del nostro primo viaggio a Parigi, insieme a nostra madre. Su una coscia ho Jack and Sally di​“The nightmare before Christmas”,​uno dei miei film preferiti e, sulla mano sinistra, la faccia dello Stregatto, in onore di Shelly, la mia amata gattina che ora non c’è più. I miei tatuaggi sono importantissimi. Oltre alla mia personalità e alla mia storia, rappresentano anche il mio stile alternativo.
 
Progetti per il futuro?
Per cominciare con il duo acustico Pancake Drawer, io e il mio ragazzo Guido stiamo progettando un disco che uscirà a breve. Sarà un lavoro di inediti, il mio primo disco inciso. Non vediamo l’ora. Poi ci piacerebbe formare una vera e propria band, e magari avremo occasione di sperimentare qualcosa di nuovo, di un genere più vicino ai nostri gusti musicali, che vertono più sul rock metal. Per il resto si vedrà, è tutto in divenire.

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