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Stato dissociativo non è sinonimo di psicosi, a gennaio il corso Ido

Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapia IdO, spiega la proposta formativa. “La diagnosi tardiva può portare a un disturbo post-traumatico da stress”

28 novembre 2020

ROMA - Individuare "quegli stati dissociativi che a diversi livelli e in diverse fasi dello sviluppo necessitano di una lettura psicopatologica raffinata, perché' non sempre uno stato dissociativo è sinonimo di un quadro psicotico. La diagnosi differenziale a questo livello è estremamente importante per decidere il tipo di intervento e per la possibile evoluzione di questi quadri". È l'esigenza che ha spinto l'Istituto di Ortofonologia (IdO) e l'associazione Viaggia junghiani analitici (Vja) a proporre un corso biennale dedicato agli stati dissociativi. A spiegare le finalità della proposta formativa è Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapia dell'IdO, a cui è affidato il coordinamento insieme a Carlo Melodia di Vja. La prima lezione si terrà il 16 gennaio (qui il programma). "Molto spesso accade che una serie di fenomeni vengano accomunati in un unico calderone, con il rischio che non si capiscano le sfumature e si finisca per considerare non sufficientemente gravi o troppo gravi delle condizioni che necessitano invece di un adeguato contenimento". In un'ottica generale, precisa l'analista junghiana, "noi abbiamo voluto parlare di 'stati dissociativi' per porre l'attenzione sul trauma precoce, ovvero su quegli stadi iniziali della vita in cui possono innestarsi delle disfunzioni che col tempo potrebbero aggravarsi dando configurazioni che arrivano fino ai disturbi post traumatici".

In che modo possono essere individuati e riconosciuti gli stati dissociativi nei bambini? "Partiamo dal presupposto che, in termini junghiani, c’è una dissociabilità della psiche- chiarisce la psicoterapeuta dell’età evolutiva- Ci sono cioè dei momenti in cui un evento emotivamente forte determina una dissociazione, tenendo così a bada il contenuto emotivo che sarebbe troppo forte. Questa dissociazione- precisa però Di Renzo- non necessariamente comporta la scissione di tutto l'asse, cioè di tutto l'aspetto cognitivo e affettivo, ma può riguardare delle singole aree. È molto importante individuare questa situazione perché' tutto il resto, che non è contaminato dalla dissociazione, rappresenta il grande potenziale sul quale lavorare per rielaborare anche gli stati dissociati". Il rischio di una mancata individuazione precoce degli stati dissociativi è, altrimenti, quello di "arrivare al trauma cumulativo o atmosfera traumatica. Nel senso che si va a strutturare un quadro psicopatologico che oggi ritroviamo anche nel Dsm-5 come disturbo post-traumatico da stress, con tutto il corredo di sintomi e con tutta la maggiore gravità della situazione".

In che modo la pandemia e, in particolare, la seconda ondata di contagi sta incidendo su queste condizioni psichiche? "Noi stiamo vedendo e riflettendo- chiarisce Di Renzo- su come questa seconda ondata pandemica abbia maggiormente dinamizzato quei nuclei che in un primo momento si erano solo attivati e che ora si stanno strutturando. Una riflessione su questo ci sembra particolarmente importante- conclude- per individuare questi nuclei senza necessariamente patologizzarli più del necessario".

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