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Assistere uno studente disabile può essere una “lezione. Ma non una punizione”

Demartis (Angsa) e Speziale (Anffas) commentano il provvedimento adottato dal consiglio dei docenti di un istituto superiore di Palermo, nei conforti del ragazzo che ha picchiato un compagno autistico: dovrà affiancare uno studente disabile. “Entrare in contatto con questa realtà rende diversi e migliori, ma non basta”

25 settembre 2018

ROMA – Può essere “una buona lezione, ma non chiamiamola punizione”: così Benedetta Demartis, presidente dell'Angsa (associazione nazionale genitore soggetti autistici) commenta il provvedimento adottato dal consiglio dei docenti di un istituto superiore di Palermo, nei conforti del ragazzo che, giorni fa, aveva picchiato un compagno con autismo. Un provvedimento che prevede da un lato la sospensione per 15 giorni, dall'altro l'affiancamento del ragazzo a un compagno con disabilità di un'altra classe. Più precisamente, il ragazzo affiancherà l’insegnante di sostegno e dedicherà il suo tempo a leggere libri e aiutare nello studio l’alunno disabile che gli è stato assegnato.
 
“E' una bella iniziativa, perché mette il ragazzo di fronte alle difficoltà di alcuni compagni e questo dovrebbe servire per sensibilizzarlo – spiega a Redattore sociale Benedetta Demartis – Primo, che sia presentata come una punizione e come tale sia percepita dal ragazzo con disabilità. Secondo, è possibile che, se lasciato solo accanto al compagno disabile, il ragazzo assuma comportamenti inadeguati”. Demartis suggerisce quindi una soluzione diversa, anche se simile, sulla base della propria esperienza familiare e associativa: “Nel nostro centro per ragazzi autistici, a Novara, spesso arrivano ragazzi allontanati dalle scuole per aver insultato o maltrattato compagni con disabilità. Qui stanno con i ragazzi e imparano a conoscerli, ma con il filtro degli operatori, che li guidano e li indirizzano. Solo così, tramite questo accompagnamento, possono ricevere davvero una buona lezione. A Novara questo sistema è così efficace che questi ragazzi tendono a tornare nel centro, anche oltre il periodo stabilito, perché qui si sentono utili e graditi e perché hanno instaurato ottime relazioni. Così, nei cosiddetti bulli abbiamo scoperto ragazzi che avevano tanto da dare dal punto di vista umano, ma non se ne erano mai accorti. Mettere questi ragazzi a contatto con la diversità e la disabilità apre loro un mondo di cui non hanno mai saputo nulla e li rende differenti e più consapevoli. Però, mi raccomando – conclude Demartis – non chiamiamola punizione: meglio parlare di educazione”.
 
Anche Roberto Speziale, presidente di Anffas (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità) ritiene che “la scelta sia coerente con le finalità di una scuola moderna che dovrebbe, appunto, avere un approccio più educativo che punitivo2. Ma solleva, anche Speziale, qualche perplessità: “ Se la scuola si limitasse allo spostamento in altra classe dell’alunno autore di questa vicenda, pur facendolo occupare di uno studente con disabilità, siamo sicuri che il ragazzo si renderà conto della portata e della gravità del gesto compiuto? Temo di no – riflette Speziale - anzi si potrebbe, ancor di più, radicare in lui un'avversione verso i propri compagni con disabilità”. C'è dunque dell'altro, che la scuola dovrebbe fare: “ portare degli esperti del mondo delle associazioni di famiglie all'interno della scuola, per spiegare a tutti coloro che frequentano l'istituto, prendendo a pretesto l’accaduto, cosa significhi essere una persona con disturbo autistico o disabilità intellettiva e perché questi compagni si comportino in modo diverso dagli altri. Le associazioni sottolineerebbero anche come proprio i compagni possano essere per questi ragazzi i fornitori principali di sostegni, capaci di aiutarli concretamente ad essere pienamente inclusi nel contesto scolastico e sociale. Questo sì che contribuirebbe a contrastare stigma, ignoranza e pregiudizi che spesso sono la vera causa di comportamenti inadeguati e di quello che chiamiamo bullismo”. (cl)

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