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La malattia non ferma la vocazione. Anche quando è invalidante

Vittore De Carli, giornalista e presidente dell’Unitalsi lombarda, ha raccolto in un libro le testimonianze di dodici sacerdoti che, in giovane età o da adulti, hanno dovuto fare i conti con patologie o disabilità

27 agosto 2020

BOLOGNA - “Per anni ero convinto che la mia vita non servisse a niente, perché gli altri mi facevano credere questo. La gente non scommette su chi non è forte, su chi non è come gli altri”. Ma Francesco Cristofaro, 40 anni e una paresi spastica dalla nascita, capisce presto di “servire” a qualcosa o a qualcuno: a otto anni si prepara per la comunione e scopre un mondo nuovo, pieno di affetto. Non lo lascerà più: nel 2006 diventa sacerdote. Oggi è un prete di periferia, in una parrocchia con 400 fedeli, conduce trasmissioni in radio e in tv, scrive libri, è sui social.
“Il Signore ha spazzato via questi pensieri e mi ha reso uomo. Forse per il mondo questo non è un miracolo eclatante, ma per me sì. Oggi sono felice”. La sua storia apre Come seme che germoglia. Sacerdoti nella malattia (Libreria editrice vaticana), il nuovo libro di Vittore De Carli, giornalista e presidente dell’Unitalsi lombarda. Il libro raccoglie le testimonianze di dodici sacerdoti che, in giovane età o da adulti, hanno dovuto fare i conti con una malattia invalidante o una disabilità.

Già autore di Dal buio alla luce. Con la forza della preghiera, in cui racconta i suoi 47 giorni di coma, De Carli ha chiesto ai dodici sacerdoti com’è cambiato il loro rapporto con Dio da quando hanno scoperto la malattia: "Per loro non è stato facile rispondere. Ma nei loro racconti ho scoperto la fede: uno di loro è diventato prete nel 2019, a 30 anni, dopo dieci di convivenza con la fibrosi cistica. Oggi è un novello sacerdote che ha fede e forza di combattere, che sa accostarsi al malato, sa ascoltare". Quel giovane prete è Andrea Giorgetta che, malgrado i frequenti ricoveri e le assenze, ha terminato il seminario grazie ad amici e compagni di scuola che lo hanno aiutato a non restare indietro. "Avevo paura di diventare un prete di serie B e che non sarei mai riuscito a essere a disposizione della mia parrocchia a tempo pieno. Poi è prevalsa la fiducia in una capacità che non è totalmente mia", racconta. Ha capito l’importanza della collaborazione e ha pensato a una parrocchia che andasse avanti anche senza la presenza fisica del suo parroco, con l’aiuto di altri sacerdoti.

“Ho aspettato pazientemente il Signore. Lui si è chinato e ha sentito il mio grido. Mi ha tirato su, fuori dalla fossa. Fuori dall’argilla melmosa. Tu posasti i miei piedi su di una roccia. E rendesti sicuri i miei passi. Molti vedranno, molti vedranno e sentiranno. Io canterò, canterò un canto nuovo". Le parole del salmo 40 della Bibbia, riprese anche dagli U2 nel brano 40, sono il motto di don Francesco Rebuli. A 19 anni un tuffo in mare mentre era in vacanza con gli amici gli provoca una lesione del midollo, lasciandolo paralizzato. Ma lui non si arrende: si iscrive all’università, poi al seminario dove capisce che la disabilità non è un limite. "Seduto sulla sedia a rotelle canta nel coro dei giovani e fa animazione, quel simbolo di vulnerabilità diventa uno straordinario strumento per entrare in contatto con gli altri", scrive di lui De Carli.

Tra le storie raccontate da De Carli c’è anche quella di don Raffaele Alterio: 86 anni, ha iniziato a perdere la vista durante gli studi di teologia. Ma è stato nel corso della prima messa che si è reso conto di non riuscire a leggere il messale. "Allora ho inventato delle frasi in latino, concludendo con un amen. Nessuno ha capito cosa mi stesse succedendo. Ritornai a casa sconfortato, amareggiato, deluso e preoccupato per il mio futuro di prete". Oggi ha 60 anni di sacerdozio alle spalle, ha fondato una piccola comunità di sacerdoti che si aiutano nei momenti particolarmente difficili e ha imparato a vedere senza vedere.

Alcuni hanno trovato nella malattia, nella disabilità un potenziamento della propria missione. Come è accaduto a Giorgio Ronzoni, in sedia a ruote dal 2011 per un incidente in auto, la cui fragilità ha risvegliato il desiderio di aiutare nella comunità. O a don Claudio Campa, che da dodici anni vive con la sclerosi multipla e ha visto stringersi intorno a sé i suoi parrocchiani. O ancora a don Mario Monti, a cui 40 anni dopo la prima messa, celebrata nel 1967, hanno diagnosticato la Sla. Con la malattia è arrivata la tentazione della fuga, si è affacciata la depressione, "superata dalla presenza di tanti angeli, i miei parrocchiani". Le difficoltà non sono mancate, tutti si sono affidati alla fede, alla famiglia, agli amici. Lo testimonia Francesco Scialpi, frate minore conventuale, che nel 2018 ha scoperto di avere un aneurisma congenito: "Non nascondo la difficoltà e la durezza di quanto mi è accaduto, ma è nella fede che trovo la spiegazione a tutto ciò".

Silvio Turazzi ha 80 anni e ha trascorso gli ultimi 50 a combattere su una sedia a ruote per il bene di deboli e poveri: il grave incidente del 1969 non gli ha impedito di diventare missionario in Africa: "Condividere ci rende più fratelli, capaci di costruire quei ponti necessari per una società più bella e giusta". Le testimonianze continuano con Maurizio Patriciello, colpito prima da una patologia al midollo e poi da depressione, una "cappa nera" da cui è uscito grazie alla fede.Mario Galbiati, 89 anni di cui 66 da sacerdote, è in dialisi dal 2004: è lui ad aver creato Radio Maria e Radio Mater per "far ascoltare la predicazione dei missionari agli ammalati a casa". Infine Salvatore Mellone, morto a 38 anni per un tumore nel 2015, lo stesso anno in cui è stato ordinato sacerdote sul letto di casa, dal quale ha celebrato 59 messe. E che nonostante la malattia ha ascoltato, confortato, amato tutti coloro che sono andati a trovarlo.

di Laura Pasotti

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