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Meno personale e pochi investimenti: l'origine della debacle delle Rsa di questi giorni?

In uno studio del Politecnico di Milano l'analisi di come sono cambiate le case di riposo in questi anni. Il 75% degli ospiti è over 80 e con bisogni sanitari. L'aumento dei costi ha comportato tagli al personale, soprattutto medico, e nelle ristrutturazioni

4 aprile 2020

MILANO - Ospiti sempre più anziani e malati, meno personale, pochi investimenti su ristrutturazioni e tecnologia: è l'equazione che descrive la condizione della Residenze sanitarie assistenziali in Italia e che potrebbe essere all'origine delle morti di queste settimane di epidemia da Covid-19. È quanto emerge dallo studio curato dai docenti del Politecnico di Milano Costanzo Ranci e Marco Arlotti, pubblicato oggi e che compie un'analisi di come sono cambiate le Rsa che ospitano quasi 300.000 anziani over 65, di cui gran parte sono ultraottantenni (il 75%), donne (il 75%) e non autosufficienti (il 78%). "Proprio perché concentrano al loro interno una popolazione molto fragile, queste strutture avrebbero dovuto, e dovrebbero sempre, offrire una condizione di particolare tutela sanitaria, per quanto riguarda le procedure, i dispositivi di protezione individuale, nonché le misure preventive volte a controllare l’infezione e limitare il contagio -scrivono i due ricercatori-. La diffusione dell’infezione ha invece falcidiato non solo gli anziani fragili, ma anche un numero rilevante di medici, infermieri, operatori socio-sanitari, creando le premesse per ulteriori difficoltà nella gestione di queste strutture".

La situazione drammatica di questi giorni nelle case di riposo è confermata anche dai dati (provvisori) raccolti dall'Istituto superiore di sanità. Su 1.634 Residenze Sanitarie Assistenziali campionate a livello nazionale (che ricoverano 18.877 anziani, pari a circa il 7% dell’intera popolazione dei ricoverati over 65), il tasso di mortalità nei mesi di febbraio e marzo è stato del 9.6% a livello nazionale, ma con enormi differenze regionali: si va dal 5% in Emilia Romagna al 6.4% in Veneto, sino a ben il 19.2% in Lombardia. La stessa indagine segnala che l’86% delle strutture indagate ha riportato “difficoltà nel reperimento di Dispositivi di Protezione Individuale”, il 36% ha riferito “difficoltà per l’assenza di personale sanitario a causa di malattia”, e il 27% ha dichiarato di “avere difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da COVID-19”.

Una debacle, che ha origini ben precise. Va innanzitutto considerato che il 75% degli anziani che vivono nelle Rsa italiane sono over 80 e quattro su cinque non sono autosufficienti. "Si tratta quindi di strutture abitate in gran parte da persone con elevata fragilità e scarsissima autonomia -si legge nello studio del Politecnico-. Alla luce di ciò, e diversamente dagli altri paesi europei, la componente alberghiera e abitativa della residenzialità rivolta anche a persone in buona salute e con poche necessità assistenziali è pressoché assente e le strutture si presentano come unità di offerta fortemente sanitarizzate per lungodegenti. Dovremmo essere, quindi, di fronte a realtà in grado di offrire importanti garanzie sul piano sanitario e assistenziale. Tuttavia tale aspetto, purtroppo, spesso non si verifica, come hanno mostrato le drammatiche vicende delle ultime settimane". Perché non è così? "A fronte di un aumento della popolazione anziana e del numero di persone non autosufficienti, il sistema delle residenze ha conosciuto, in controtendenza, una contrazione significativa nel numero dei ricoverati. La contrazione dei ricoveri è coincisa con una focalizzazione delle residenze verso l’alta intensità sanitaria (che assorbivano il 26% nel 2009 e assorbono il 36% dei ricoverati nel 2016) con il conseguente aumento dei ricoverati in strutture ad elevata intensità e con età superiore ad 80 anni (dal 72% al 75%)".

L'aumento delle componente sanitaria ha comportato un aumento progressivo dei costi di gestione e di personale e un incremento della quota di spesa a carico delle famiglie o dei comuni. "Basti pensare che in Lombardia, mentre la quota sanitaria è in media di 41,3 euro pro die, la quota pagata dagli utenti è variata in media, fra il 2013 e il 2016, da un minimo di 54-60 euro pro die (+10,23%) ad un massimo di 63-69 euro pro die (+8,56%).

E il personale? Secondo i dati Istat, nel periodo 2009-16, a livello complessivo, il personale retribuito delle strutture in Lombardia, per esempio, è stato ridotto di ben 20.000 unità, pari al 20% del personale complessivo. "Anche se a livello nazionale non si è assistito ad un taglio del personale, nondimeno la progressiva sanitarizzazione delle strutture è avvenuta congiuntamente ad un netto taglio (pari al 15%) del personale medico, compensato da un aumento di pari proporzioni nel personale adibito alla cura delle persone e alla sostanziale stabilità del personale infermieristico". In più, per stare nei costi c'è stato un taglio anche agli investimenti in strutture e tecnologia.

"Sono tutti segnali che da soli non spiegano cosa sta accadendo in questi giorni in tali strutture, ma che segnalano una notevole sofferenza gestionale, in una parte sostanziale determinata da una forte disattenzione politico-amministrativa. L’emergenza di oggi impone un profondo ripensamento dell’intero settore e una rinnovata attenzione da parte delle politiche a questo importante pezzo del nostro sistema sanitario", concludono i due studiosi. 

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