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Quando lo svantaggio diventa forza

Renoir, Monet, Degas, Ligabue, Beethoven: artisti con una disabilità che, sublimandola, l’hanno trasformata in una carta da giocare a proprio vantaggio. Gian Alberto Zorzi, fisiatra in pensione oltre che pittore, scrittore e pianista, parla dell’aspetto umanistico nella riabilitazione

19 novembre 2019

TREVISO – Pierre-Auguste Renoir aveva una gravissima forma di artrite reumatoide: con degli stracci si faceva legare i pennelli alle mani e la tavolozza alla carrozzina. Allora l’artrite reumatoide non veniva curata: la malattia per oltre 20 anni deformò mani, braccia e spalle dell’artista. È questo il segreto della sua pittura, fatta di macchie di colore stese a colpi corti e rapidi. Monet, Degas e anche lo stesso Renoir erano miopi, e grazie al loro difetto visivo rivoluzionarono il modo di dipingere. Beethoven aveva una sordità progressiva: nel 1819 era completamente sordo, ma l’Inno alla gioia, per esempio, lo scrisse nel 1824. Antonio Ligabue aveva una personalità borderline, e come lui molti degli artisti che hanno realizzato quei capolavori che oggi consideriamo patrimonio dell’umanità. “Tutte questi artisti hanno sublimato la loro disabilità”, spiega Gian Alberto Zorzi, già primario di medicina fisica riabilitativa dell’ospedale Treviso Ulss 2 Marca trevigiana, oltre che pittore, scrittore, pianista. Zorzi è uno dei relatori del convegno organizzato di recente a Treviso e dal titolo “Disabilità e strategie per l’inclusione”.

“Nella mia esperienza da fisiatra ho vissuto tutte le fasi storiche della riabilitazione – spiega –. Devo dire che ha sempre tenuto il passo: oggi la parola riabilitazione ha un significato molto più ampio di quanto non avesse un tempo. Ma, come allora, si occupa di misurare e monitorare la disabilità e valorizzare e potenziare il residuo motorio. Con tutti i mezzi a disposizione”. Una riabilitazione a 360° con anche uno spiccato taglio “umanistico”: la musicoterapia, la danza, l’attività teatrale, “imprescindibili in un progetto riabilitativo moderno”. E poi l’attività fisica adattata alle disabilità, fatta fuori dalle strutture insieme con “le persone normodotate, perché le persone non si sentano medicalizzate ma libere. Un approccio ottimista, che supera e archivia lo scontro contro il mondo ‘che non favorisce le persone delle persone con disabilità nella società’ portato avanti da tante associazioni”. E cita una sperimentazione con persone con Parkinson e con SM, che ha dimostrato che l’attività fisica, talvolta, è più efficace dei farmaci.

Secondo Zorzi, Renoir, Monet, Degas, Ligabue senza la loro disabilità non sarebbero diventati gli artisti che conosciamo: “Il loro svantaggio è diventata una forza incredibile che li ha spinti ‘oltre’. È così che hanno sublimato la loro disabilità. Le loro opere raggiungono un pathos che una persona cosiddetta normale non potrebbe sfiorare”. Il quadro scelto per la locandina dell’evento, “I due Renoir” è stato dipinto da Zorzi stesso, ed è la summa del suo pensiero: rappresenta Pierre-Auguste Renoir e suo figlio Jean. C’è la sedia a ruote, le mani nodose deformate: “Ho letto il libro di Jean in cui racconta del padre, in primis come uomo, poi come artista. Narra di come, attraverso le difficoltà, sia arrivato a quei livelli”.

Zorzi ha un pensiero per Johnny Weissmuller, leggenda del nuoto, campione olimpico con poliomielite e Paolo Berton, a cui un Parkinson gravissimo non ha impedito di sublimare la sua arte. Tremava talmente tanto da non poter lavorare con i pezzi più piccoli, così si mise a incollare sulla tavola pezzi pesanti, che era in grado di controllare. “L’attività motoria e la spinta umanistica sono come i farmaci, se poi sono ‘assunte’ assieme, si arriva al non plus ultra”.

di Ambra Notari

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