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"Prisma", immigrazione sanitaria. Quando il migrante è disabile

A Torino il progetto ''Prisma'' si occupa anche di ''immigrazione sanitaria''. Arrivano non solo giovani in cerca di lavoro, ma ammalati, perché ''l'Italia è diventata l'Eldorado anche per le cure sanitarie''

11 marzo 2009

TORINO - L'anno passato hanno avuto una cinquantina di casi, forse qualcuno in più. Erano soprattutto rom e magrebini, di questi soprattutto donne. I rom arrivano consci dei loro diritti e delle leggi, le donne, specialmente se arabe, sono più discrete, fanno fatica a chiedere, e si avvicinano se trovano altre donne a cui rivolgersi. Allo sportello di via Corte d'appello 13 a Torino, nell'ambito del progetto "Prisma", non ci si occupa solo di disabilità, e non ci si occupa solo di italiani. E' una realtà che nel nostro paese si conosce appena, ma esistono anche i disabili stranieri e non sono pochi. E se la maggior parte degli italiani pensano che varchino le frontiere solo giovani e forti, allora si devono ricredere. Intanto perché rispetto all'immigrazione di vent'anni fa non arrivano solo uomini e soli, ma famiglie, e poi perché le problematiche sono diverse.

Di "immigrazione sanitaria" parla Claudio Foggetti, responsabile del Servizio Passepartout della Città di Torino, "un fenomeno migratorio, anche clandestino, verso il nostro paese, per la qualità delle cure. Almeno finchè il quadro normativo rimane questo". In altre parole, in Italia "stanno arrivando anche gli ammalati". E sono sempre di più. "L'Italia è diventata l'Eldorado anche per le cure sanitarie - spiega Foggetti- le persone non si muovono a caso: chi ha un problema grave va in un paese dove sa che può essere curato". E se in Sicilia restano coloro che lavorano come braccianti, spesso al nord, nelle grandi città come Milano e Torino sono sempre più numerose le presenze per motivi di salute. "Tenendo conto che in tanti paesi la guerra non è finita da tanti anni , una situazione di grave disabilità fisico motoria là è una condizione devastante, si pensi alla Bosnia, Jugoslavia, Albania, Ucraina, Bielorussia. Allora, sono molti coloro che cercano di venire in Italia perchè il sistema di cure e di protezione sociale qui è estremamente migliore che da loro". "Hanno diritto a servizi che nel loro paese non avranno neanche fra cinquant'anni, e questa voce si è sparsa".

Estela Robledo, del comune di Torino,  racconta di una ragazza tunisina che è arrivata con il barcone e stampelle per farsi curare a Cuneo. Di mamme con bimbi con gravi problemi che cercano di portarli in un paese dove ci si prenderà cura di loro; di una percentuale del 10% di stranieri all'unità spinale di Torino. Di donne arabe con figli piccoli, con problemi fisici dalla nascita. "Chi è migrante fa doppia fatica se è disabile - aggiunge Robledo - se poi è donna, ancora di più. Abbiamo visto che c'era questo bisogno di creare rete perché i problemi che venivano portati qui erano anche di essere con altri, soprattutto se stranieri". Sono state quindi coinvolte associazioni come Asai, Alma Mater e Mamre, in uno scambio, di consulenze, e di soluzioni concrete, come la presenza di un mediatore, un aiuto psicologico o l'attivazione di risposte ad hoc.

Come fanno gli stranieri a sapere di Prisma? Spesso attraverso il passaparola, nella propria comunità. "Per noi fare accordi con le associazioni di migranti, l'opera nomadi, le comunità di stranieri, significa arrivare a loro prima e meglio", conclude Foggetti. Perché le persone appartenenti alle comunità, prima di domandare aiuto agli assistenti sociali, chiedono consiglio ai loro "saggi", se conviene o non conviene rivolgersi a un determinato servizio, e arrivano che sono già preparati. (rf)

(12 marzo 2009)

di d.marsicano

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