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Soriano Ceccanti, alle origini dei Giochi: una vita sempre in lotta, per costruire un mondo migliore

Protagonista suo malgrado della protesta studentesca e della lotta politica del ‘68, poi campione mondiale di fioretto e spada in carrozzina, oggi attore per i carcerati e fondatore di una ONG per bambini disabili africani. Le mille vite di Soriano Ceccanti, tra impegno politico, mai spento, e nuovi traguardi da centrare. Come la speranza di un futuro per il Congo, e un matrimonio nuovo di zecca su cui scommettere, con Samira

21 agosto 2012

ROMA - "Doveva essere data una lezione al Potere Operaio pisano, era una trappola. Erano arrivati, quella notte di Capodanno fuori dalla Bussola (locale notturno a Santa Marina di Petrasanta, ndr), anche estremisti di destra. Appunto per fare una rissa. Noi eravamo lì per una protesta pacifica, contestavamo le sovrastrutture della società, le apparenze, la società borghese ed il benessere, di cui La Bussola era un esempio. A un certo, attaccati, cominciamo a difenderci. La polizia allora reagisce e spara".

Rimane colpito alla schiena Soriano Ceccanti, uno studente di 16 anni, che oggi ricorda ancora con dolore e lentamente, per non perderne nemmeno un fotogramma, quei momenti.

Il giorno dopo, 1° gennaio del 1969, tutti i giornali parlano di lui. Diventa un simbolo della lotta studentesca e della sua repressione. "Se avessi saputo come andava a finire - dice Soriano-, alla Bussola non ci sarei mai andato. Avrei preferito non essere un simbolo, o esserlo in un modo diverso. Che ho pensato, in seguito, di quel giorno? Una rabbia infinita, ma soprattutto tanta incredulità: perché, di fronte alla nostra manifestazione pacifica, le forze dell'ordine sono arrivate a fare fuoco?".

Non l'ha respirato in famiglia, questo clima di attivismo politico, Soriano. Sì, qualche polemica in casa la sentiva dalla bocca del papà, operaio alla Piaggio, che se la prendeva con i sindacati. Ma la scintilla è scattata a scuola. "La disabilità che è derivata da quella esperienza, non è cosa da poco - dice-. Il medico, il giorno della diagnosi, mi disse: il tuo sistema neurologico è impazzito. Non risponde più agli stimoli del cervello, fa da sé. La cosa tremenda della paraplegia non è solo che non cammini più, è che non controlli più il tuo corpo". Intanto gli anni passano, Soriano recupera a poco a poco il suo equilibrio. Trova, miracolosamente, ancora una ragione per continuare a vivere.

"Era la fine degli anni '70 -racconta-. Tutto stava cambiando, dal punto di vista dell'impegno politico, il Movimento Studentesco e Lotta Continua erano finiti. Di fronte a noi la deriva, una sensazione generale di smarrimento, la perdita di ruolo. Alcuni si sono dati alla clandestinità e al terrorismo armato, altri hanno trovato la droga. Quelle sono state scelte disperate, io invece ho avuto la fortuna di incontrare lo sport. Se così non fosse stato, forse non staremmo qui oggi a fare l'intervista". Ha incontrato, soprattutto, il Maestro Antonio Di Ciolo, un grande schermidore, abituato a sfornare talenti. "E' stato uno di quei maestri che non impongono un metodo, ma studiano le tue caratteristiche, e sanno tirare fuori il meglio di te". Il meglio di Soriano, in carriera, sono stati un oro mondiale nel 1990 in Olanda, una incredibile sequenza di argenti e bronzi paralimpici, tra fioretto e spada, individuale e a squadra. Mai con la sciabola, però: "Perché mi faceva troppo male. Sai, una volta non c'era l'elettronica, e, per far vedere che colpivi, dovevi darle forte. Anche io ci andavo giù duro, con gli avversari, ma siccome non mi piace soffrire mi sono specializzato in fioretto e spada".

Insomma, dai Giochi di Seoul 1988 a Sydney 2000, passando per Barcellona 1992 e Atlanta 1996, in tutto ha vinto 4 argenti e 5 bronzi. "Eppure non sono un tipo competitivo. Non mi è mai piaciuto gareggiare. Lo sport non è come la vita, è un mondo a parte, fatto di regole, ci sono gli arbitri a controllare. Nella vita mi sono reso conto che è meglio collaborare, con gli altri, non competere. Si ottiene molto di più". Si ottiene, per esempio, una compagnia teatrale che rappresenta per un pubblico di carcerati, provando al alleviare la pesantezza della reclusione. Soriano, del progetto, si è subito innamorato: va a recitare per il carcere di Pisa. "La mia compagnia si chiama ‘Nastro adesivo 43' perché, per allestire le scene, non possiamo usare chiodi o altro, ma solo nastro adesivo e perché 43 è il civico del carcere. E' un'esperienza che mi gratifica moltissimo".

Poi, anzi prima, molto prima, viene l'Africa, che per lui rappresenta la terra vergine, primitiva e genuina, molto lontana dalla nostra vita comoda e sofisticata. "Sono 30 anni che faccio la spola con l'Africa - racconta-, per me è come tornare alle origini, alla dimensione più vera, più naturale del vivere. Ho anche fondato da dieci anni una ONG, in collaborazione con una donna paraplegica congolese. Sai, l'ho sempre vista come un'extraterrestre. Di atleti disabili di colore ne ho visti, nella mia carriera, ma mai in carrozzina. Lei mi è sempre sembrata una sopravvissuta, perché in Africa, se ci sono paraplegici, non sopravvivono, e in carrozzina non ci arrivano mai. Ecco, così ho deciso che questa donna andava, come dire,‘protetta' -scherza-, valorizzata. E abbiamo iniziato dei progetti di scolarizzazione e avviamento al lavoro o autosufficienza alimentare a Kinshasa. I bambini disabili, in Africa, sono soprattutto poliomielitici. Ed essendo sempre stato, il Congo, la pattumiera d'Europa, qui arrivano rifiuti tossici di ogni tipo, che nel tempo hanno fatto nascere molti focomelici".

Tanti ne ha visti e tanti l'hanno trafitto, che gli occhi dell'Africa, Soriano, se li è portati a casa. Solo 4 mesi fa ha sposato Samira (l'ha sposata 20 giorni fa, in realtà, ma l'ho aggiornato per chi leggerà a Londra), una donna marocchina e musulmana. Con lei, ha confermato ancora una volta il credo e fondamento più solido della sua vita, la voglia di condivisione e collaborazione: "Abbiamo deciso di provarci, a unire le nostre diversità. Abbiamo deciso di rinunciare a ogni rigidità della nostra cultura, per incontrarci e aprirci alla libertà. Io ci credo, e mi sento felice". Un traguardo ancora da raggiungere c'è, però: "Non saprei, forse la piena serenità. A volte c'è, altre no. Ecco, cerco la serenità duratura. Forse adesso, in due, si trova prima". (a cura del Cip)

(22 agosto 2012)

di d.marsicano

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