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Assistenza ai non autosufficienti: “Situazione allarmante, una vera babele”

Indagine Auser analizza i piani regionali sociali e sanitari: le pagine dedicata agli anziani sono il 3%, le risorse nei bilanci lo 0,2%. “21 sistemi diversi, con rilevanti disparità”. In Italia oltre 2,9 milioni di non autosufficienti, nel 2045 potrebbero anche superare i 5,5

19 novembre 2021

ROMA - L’assistenza agli anziani non autosufficienti è “una vera ‘babele’ con grandi ritardi nell’integrazione dei servizi sociali  e sanitari”. La denuncia di questa “situazione allarmante” è contenuta nella ricerca di Claudio Falasca, “Anziani non autosufficienti e integrazione sociosanitaria nei Piani regionali”, promossa da Auser e presentata a Roma oggi, 18 novembre, nel corso del X Congresso NazionaleSotto la lente d’ingrandimento i Piani sanitari e i Piani sociali delle regioni: le pagine dedicata agli anziani nei piani sono solo il 3%, le risorse nei bilanci lo 0,2%. "Inutile" invece la verifica del rispetto dei Livelli essenziali delle prestazioni in ambito sociale (Lep) e del loro grado di integrazione con i servizi sanitari, considerato "che a più di 20 anni dalla loro introduzione, perdura l’assenza della normativa nazionale che ne garantisce l’esigibilità".

I non autosufficienti in Italia sono oggi 2 milioni 996 mila e nel 2045 potrebbero raggiungere una cifra variabile fra 4.296.000 e gli oltre 5 milioni 500 mila. “Molto dipenderà - indicano gli esperti - dalle politiche di prevenzione che verranno realizzate”.  Si tratta di persone che esprimono una domanda di assistenza  e bisogni molto complessi, "a cui si riesce a dare risposta a fatica" e questo si traduce in "un peso che le famiglie portano sulle loro spalle spesso in solitudine". Inoltre circa 4 milioni di  anziani vivono soli e il 74% degli over65 ha meno della licenza media, poca dimestichezza con i mezzi digitali con il rischio di emarginazione.

Regioni “in ordine sparso”

“L’Italia - spiegano gli osservatori - vede la copresenza di 21 sistemi sociosanitari diversi, con rilevanti disparità nella fruizione di servizi fondamentali da parte dei cittadini. In media i Piani regionali hanno un generico valore programmatico, spesso senza misurare, senza dire chi, come, quando, con quali risorse verranno realizzate le misure previste”. Una delle cause principali è il "progressivo venir meno di riferimenti nazionali unificanti": l’ultimo Piano sanitario nazionale risale al 2006, mentre l’ultima relazione al Parlamento sullo stato sanitario del paese è del 2012-2013. 
Le Regioni negli ultimi anni hanno prestato una crescente attenzione al tema degli anziani, sia autosufficienti che non autosufficienti, registra il rapporto: centinaia le iniziative legislative, amministrative, regolamentari, finanziarie da loro promosse sul tema ma “questa mole di lavoro è forse uno dei principali indicatori di disorientamento,  in quanto espressione del tentativo comunque di trovare una soluzione, ma fuori da un indirizzo unitario condiviso a livello nazionale”. Quanto emerge dalla ricerca è, infatti, “un  sistema di assistenza per i non autosufficienti profondamente inadeguato e differenziato nei livelli di copertura dei servizi, sia a livello nazionale che all’interno delle singole regioni. Una realtà venuta alla ribalta in modo chiaro e drammatico nel corso dell’emergenza sanitaria”.
Tra le principali criticità messe in luce dall’analisi, la “pesante" frammentazione istituzionale centrale e periferica, per cui a fronte di un processo di aggregazione delle strutture del sistema sanitario, lo stesso non è avvenuto in quello sociale in capo ai comuni (circa 8 mila); si conosce “poco e male” il profilo sociosanitario della popolazione a cui si dovrebbe fornire servizi; una “cultura del Piano molto approssimativa, con “uno scopo d’immagine a dimostrare che la Regione si prende cura degli anziani, ma nel merito abbastanza privi di sostanza”; l'eterogeneità delle forme di gestione, "una delle cause che non favorisce l’integrazione"  e per cui 12 regioni su 21 hanno ritenuto opportuno unificare l’assessorato alla salute con quello delle politiche sociali; il "forte squilibrio tra strutture sanitarie e sociali", la cui "integrazione è affidata alla buona volontà degli operatori".

Assistenza domiciliare e Rsa

E’ nell’assistenza domiciliare che “si vede la babele dell’assistenza nel nostro Paese”, secondo gli osservatori. I casi trattati in Assistenza domiciliare integrata sono il 6,2% degli over65 per 17 ore annue per ogni caso trattato; il servizio di assistenza domiciliare è gestito dai Comuni, “un servizio in progressiva regressione”, che riguarda percentuali minime della popolazione di riferimento e che nel caso del servizio con assistenza sanitaria è garantito solo dal 41,3% degli enti locali. Nessun Piano poi dedica attenzione alla qualità del contesto abitativo: "il tema è richiamato solo nei Piani sociali di quelle regioni che considerano la casa tema di welfare. Ma anche in queste il tema è nettamente separato dall’ambito sociosanitario".

I dati della decrescita demografica

L'Italia, ricorda il rapporto, è in forte decrescita demografica: nel 2045 la popolazione si ridurrà del 10,5%, arrivando a 53,7 milioni, e di questa condizione soffriranno soprattutto le aree interne e il meridione. Per la prima volta poi gli uomini tenderanno a superare il numero delle donne. Nel 2045 gli over 65 saranno in media il 33,6% della popolazione. "Sempre più vecchi, con le fragilità legate all’aumento dell’età, e sempre meno caregiver familiari, nel 2045 l’indice di ricambio si ridurrà della metà" denunciano gli osservatori. E "molte famiglie rischiano la condizione di povertà come conseguenza della non autosufficienza".

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