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Adulti con disabilità, centro diurno inadeguato? È discriminazione. Ordinanza storica

Veronica, 25 anni, frequenta un centro diurno da quando ha concluso il percorso scolastico. La presenza di operatori inadeguati e l'inosservanza del Pei hanno costretto mamma a rivolgersi al tribunale. La sentenza le ha dato ragione: Comune, ente gestore e Asl condannati per discriminazione

11 febbraio 2021

ROMA – La qualità è un diritto, l'assenza di qualità è discriminazione. E se la qualità riguarda un servizio, il diritto in gioco è quello a ricevere una risposta adeguata ai bisogni. Il Tribunale di Reggio Emilia ha tracciato un solco, nel riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità: degli adulti, in particolare, spesso grandi assenti nelle politiche sociali, perché considerati destinatari di servizi meramente assistenziali, quando l'obiettivo è la piena valorizzazione delle potenzialità. Sul tavolo degli imputati ci sono il Comune di Reggio Emilia, l'azienda sanitaria locale e la cooperativa sociale che gestisce un centro socio riabilitativo diurno. La segnalazione arriva da Susanna, mamma e amministratrice di sostegno di Veronica, che ha 25 anni e una grave disabilità con limitazioni fisiche e intellettive. “Veronica frequenta quel centro da quando ha concluso le scuole superiori – ci spiega – Ha esigenze particolari e richiede quindi personale adeguatamente formato, che sia capace di interagire con lei e non solo di accudirla. Lei non è verbale, ma riesce a comunicare con tecniche di scrittura e linguaggi alternativi, come la Comunicazione Facilitata e la Lis. Ha un progetto individualizzato basato sulla comunicazione e lo sviluppo delle autonomie. Per realizzarlo, serve una formazione specifica, che è stata fatta negli anni: l'ultima a fine 2018, con successiva verifica. Proprio in quella sede – ci riferisce Susanna – due operatori risultarono non idonei a supportare le esigenze specifiche di mia figlia. Ho chiesto che non lavorassero con mia figlia, perché dare una prestazione errata o inadeguata significa peggiorare la situazione, procurare regressioni e relative frustrazioni. Nonostante le mie richieste, tuttavia, questi operatori hanno continuato a seguire mia figlia e, di conseguenza, obiettivi specifici del progetto educativo individualizzato pensato per lei non potranno di fatto essere conseguiti. Vedevo mia figlia sofferente e impossibilitata ad esprimersi, limitata nelle sue capacità di comunicare e di relazionarsi; che per chi non è verbale è una esigenza e sempre una priorità, altrimenti anche il rispetto per la persona viene a mancare.

Per questo, Susanna si è rivolta ad avvocato, il quale ha chiamato in causa il comune di Reggio Emilia, il servizio Handicap adulto dell'azienda sanitaria e l'ente gestore: il tribunale li ha infine condannati per discriminazione e il comune è stato ritenuto responsabile per non aver vigilato sulla situazione. Si legge nell'ordinanza del tribunale: “Il progetto individuale ex art. 14, l. 328/2000, ha determinato l’obbligo dell'ente gestore e dell’A.U.S.L. di garantire a Veronica le prestazioni programmate ed il suo correlato diritto all’assistenza ed all’educazione come concretamente pianificata, in relazione alle sue specifiche necessità, sicché non vi è dubbio che l’omessa attuazione del progetto individuale integri gli estremi di una discriminazione indiretta, azionabile ai sensi della legge n. 67/2006”. Il giudice riconosce inoltre che “l’impiego di personale inadeguato ad affrontare le specifiche esigenze di Veronica ha inevitabilmente determinato la frustrazione dell’obiettivo prefissato nel progetto individuale o quantomeno il rallentamento nel perseguimento di quest’ultimo, con conseguente diritto per le ricorrenti di ottenere il risarcimento del relativo danno patito”.

Provvedimento storico, “per mia figlia e per tutti gli adulti con disabilità”

Soddisfatto l'avvocato della famiglia, Maria Napolitano: “Questa ordinanza, che ha accertato una condotta discriminatoria in danno alla ragazza, costituisce un faro, un provvedimento illuminante perché ha riconosciuto il diritto del disabile adulto alla fruizione di interventi di qualità, efficaci ed adeguati ai suoi specifici bisogni, e perché ha statuito il principio secondo cui la responsabilità della realizzazione del progetto di vita del disabile non è solo del Comune che ne ha il carico assistenziale, ma è anche del Comune che ha proceduto all’accreditamento, e che è stato chiamato in causa proprio perchè titolare di una posizione di “garanzia” e vigilanza del pieno rispetto delle finalità e dei principi di non discriminazione stabiliti dalla nostra Costituzione.

La mamma di Veronica si dice “felicissima, non solo per mia figlia ma per quello che questa ordinanza rappresenta: secondo l'avvocato, abbiamo affrontato un tema importante ed ottenuto un provvedimento rilevante, perché sulla disabilità adulta e sulle responsabilità degli Enti pubblici coinvolti non c'è molta giurisprudenza, quanta ce né invece su altri tipi di servizi, primo fra tutti quello scolastico”.
A Veronica dunque dovrà essere assicurato personale opportunamente formato e un piano educativo adeguato alle sue esigenze, che sia in grado di stimolare le sue capacità. “Ora vorrei che altre famiglie venissero a conoscenza di questo provvedimento, che riconosce un diritto di cui non si è completamente consapevoli: se un centro si chiama riabilitativo, deve esserlo davvero. Purtroppo molti adulti con disabilità devono accettare servizi che si dichiarano riabilitativi, ma offrono solo assistenza e accudimento. Noi famiglie, da parte nostra, dobbiamo pretendere per i nostri figli percorsi che li orientino verso un progetto di vita, sviluppando al massimo le loro autonomie e competenze. E i comuni, da parte loro, hanno il dovere di vigilare, perché questo diritto non resti solo sulla carta”.

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