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“Abbandonati”, così è stata sacrificata la vita degli anziani nelle Rsa durante la pandemia

Lo studio, nell’ambito del quale sono state raccolte oltre 80 interviste in tre regioni d’Italia, ha analizzato l’impatto delle decisioni e pratiche delle istituzioni nella risposta all’emergenza nelle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali, rilevando la mancata tutela del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione degli ospiti

19 dicembre 2020

ROMA - “Dopo forti insistenze, l’8 maggio mia madre è stata trasferita in ospedale in fin di vita; nella Rsa mi è stato detto ripetutamente che non c’era nulla da fare. Tuttavia, secondo il medico del pronto soccorso in ospedale, il problema era la setticemia sanguigna, l’insufficienza renale dovuta a disidratazione e malnutrizione. Nel reparto malattie infettive dell’ospedale hanno fatti miracoli e lei ce l’ha fatta. Ora però si è rinchiusa in sé stessa, ha 75 anni ma ha perso 20 anni di vita. Sono morte la metà delle persone nel reparto in cui si trovava mia madre”. A parlare è la figlia di una residente sopravvissuta al Covid19 in una Rsa di Milano, la sua testimonianza è contenuta nel rapporto “Abbandonati”, frutto di una ricerca condotta da Amnesty International Italia sulle violazioni dei diritti nelle strutture di residenza sociosanitarie e sociosanitarie durante la pandemia da Covid-19 in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
Lacune delle istituzioni a livello nazionale, regionale e locale nell’adottare misure tempestive per proteggere la vita e la dignità delle persone anziane nelle case di riposo. Ritardi nell’emanazione di provvedimenti adeguati, o la loro totale mancanza, che si sono spesso tradotti in violazioni del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione degli ospiti anziani delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali italiane e degli operatori che vi lavorano. Sono questi soltanto alcune delle criticità che il report ha messo in luce. “Oltre a violare il diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione, decisioni e pratiche delle autorità a tutti i livelli hanno anche avuto un impatto sui diritti alla vita privata e familiare degli ospiti delle strutture ed è possibile che, in certi casi, abbiano violato il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti”, sottolinea Donatella Rovera, ricercatrice esperta di crisi di Amnesty International. “Il punto in cui siamo oggi è la prova concreta di quanto abbiamo trovato nel corso della nostra ricerca, e cioè di un sistema frammentato, in cui le linee guida spesso non venivano applicate. Ci sono andate di mezzo vite umane, ora è necessaria un’inchiesta pubblica indipendente per esaminare in profondità tutte le mancanze”. 
Il rapporto ricorda che in Italia, migliaia di ospiti anziani delle strutture hanno perso la vita dall’inizio della pandemia da Covid-19. “L’intempestiva chiusura alle visite esterne delle strutture, il mancato o tardivo sostegno delle istituzioni nella fornitura di dispositivi di protezione individuale (dpi) alle stesse, il ritardo nell’esecuzione di tamponi sui pazienti e sul personale sanitario, sono alcuni degli elementi che hanno contribuito al tragico esito e che dimostrano la de-prioritizzazione di questa tipologia di presidi rispetto a quelli ospedalieri, nonostante la popolazione anziana fosse stata dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tra le più vulnerabili al virus fin dall’inizio della pandemia” sottolineano i ricercatori, sottolineando che ancora oggi non esistono indicazioni che impongano, a livello uniforme sul territorio nazionale, una cadenza regolare e frequente per l’effettuazione di tamponi nell’ambito di uno screening continuativo all’interno delle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali. “Ci siamo rassegnati al fatto che un po’ di persone dovessero morire, come ha detto Guzzini - sottolinea Gianni Rufini, direttore generale dell’organizzazione -. Tutto questo è estremamente grave. Sono state fatte scelte che hanno visto la vita solo in termini economici”. 

Trasferimenti sbagliati, mancanza di dispositivi e personale 

Tra gli altri problemi: i trasferimenti di pazienti dimessi dagli ospedali verso le strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali, sia con Covid-19, sia con possibili sintomi riconducibili alla malattia, che hanno a loro volta contribuito alla diffusione del Covid-19 in questi ambienti. “La pandemia ha mostrato l’inadeguatezza del sistema di controllo delle strutture per anziani. La nostra indagine ha evidenziato che nel periodo in cui i controlli avrebbero dovuto essere più frequenti e più approfonditi, vista l’impossibilità di vigilanza da parte dei familiari o altri nel periodo di chiusura delle case di riposo al mondo esterno, spesso invece le verifiche condotte dalle aziende sanitarie locali sono state solo formali e amministrative”, ha aggiunto Martina Chichi, campaigner di Amnesty International Italia.
Il rapporto di Amnesty International Italia contiene anche numerose testimonianze di operatori sanitari e di familiari dei pazienti anziani delle strutture che hanno riferito dell’impossibilità o dei gravi ostacoli incontrati nel tentativo di far ospedalizzare gli ospiti con Covid-19 o con sintomi simil-influenzali.  In particolare, in Lombardia gli ospiti over 75 in tali condizioni di salute sono stati oggetto di una delibera regionale che stabiliva come opportuno continuare a prestare cure e assistenza presso le strutture sociosanitarie e socioassistenziali dove risiedevano, limitandone di fatto le possibilità di accesso ai presidi ospedalieri. In assenza di valutazioni cliniche individuali volte a individuare la migliore soluzione per ogni paziente, questo ha comportato la mancata tutela del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione.
L’emergenza sanitaria ha, inoltre, acuito problemi sistemici che affliggono le strutture oggetto della ricerca. Tra queste, la carenza di personale - aggravata dall’alto numero di operatori sanitari in malattia e dai reclutamenti straordinari dei presidi ospedalieri - ha comportato un grave abbassamento del livello di qualità dell’assistenza e della cura degli ospiti e ha fatto sì che si realizzassero condizioni di lavoro terribili per gli operatori stessi, sottoposti a un grave stress fisico e psicologico e che fossero sovraesposti al rischio di contagio. I pochi Dpi a disposizione, le indicazioni scorrette circa il loro uso – o addirittura istruzioni relative al riutilizzo di dispositivi monouso - l’inadeguata formazione, l’esecuzione dei tamponi con frequenza irregolare e solo a partire da una fase avanzata dall’emergenza, quando il picco dei decessi della prima ondata era stato superato, la mancata attuazione di protocolli appropriati a contenere la circolazione del virus nelle strutture, hanno accresciuto le possibilità che gli operatori contraessero il Covid-19. 

Dati mancanti e vite sacrificate: ora serve un’indagine pubblica indipendente

In un clima già difficile, sono aumentate le controversie tra lavoratori e strutture, come quella che ha visto protagonisti cinque operatori di una residenza sanitaria assistenziale (Rsa) milanese, licenziati dopo aver presentato un esposto contro la struttura per avere tenuto nascosti moltissimi casi di lavoratori contagiati da Covid-19 e avere impedito l’uso delle mascherine per non spaventare l’utenza.
La chiusura delle visite ha generato diverse difficoltà tra i familiari nel reperire informazioni circa lo stato di salute dei pazienti. Molte famiglie hanno lamentato l’assenza di trasparenza da parte delle strutture sull’andamento epidemiologico all’interno delle strutture e sulle misure prese per proteggere i propri familiari. L'isolamento domiciliare di molti medici ha reso in molti casi impossibile il confronto diretto tra i familiari e il medico della struttura per ottenere informazioni più approfondite.
Infine, a partire dall’inizio dell’emergenza sanitaria, governo e autorità regionali e locali non hanno mai reso pubblici dati e informazioni omogenei e completi relativi alla diffusione del contagio nelle strutture residenziali sociosanitarie e socioassistenziali, essenziali per una lettura puntuale del fenomeno e tale da consentire, tra le altre cose, di rispondere alle esigenze del settore evitando il ripetersi delle violazioni e della mancata tutela dei diritti alla vita, alla salute e alla non discriminazione dei pazienti anziani. "Alla luce delle conclusioni del rapporto, Amnesty International Italia evidenzia la necessità da parte delle autorità nazionali, regionali e locali di attuare misure adeguate e tempestive per assicurare che la risposta alla pandemia rispetti i diritti umani fondamentali delle persone anziane residenti nelle strutture sociosanitarie e socioassistenziali", ha commentato Debora Del Pistoia, campaigner di Amnesty International Italia. La richiesta alle autorità è di garantire agli ospiti delle case di riposo il diritto al più alto standard di assistenza ottenibile e l’accesso non discriminatorio alle cure, oltre ad attuare politiche di visita che permettano un contatto regolare con le famiglie.

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