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In Normativa e Diritti


Disabilità e Spid, storia di un'ottusità burocratica che “va risolta”

Claudia Bottigelli, 47 anni, ha una gravissima disabilità: incapace d'intendere e di volere, non sa parlare né firmare, ma dovrebbe andare all'ufficio postale per essere “riconosciuta” e ottenere lo Spid. La mamma caregiver Marina Cometto denuncia “l'ottusità burocratica”. E dichiara: “E' una battaglia sociale: da cos'altro saranno lasciati fuori i nostri figli?”

19 ottobre 2020

ROMA – Ha bisogno dello Spid e ha fatto tutto ciò che serve per ottenerlo: adesso però dovrebbe portare sua figlia all'ufficio postale, per la procedura di riconoscimento. Una procedura che, a quanto pare, richiede necessariamente la presenza fisica del diretto interessato. Anche quando si tratti di chi, come Claudia Bottigelli, ha una grave disabilità, non è capace d'intendere e di volere, non sa firmare, non può parlare ed è legalmente rappresentata da sua mamma. Ci racconta questa nuova storia di “ottusità burocratica” Marina Cometto, che di burocrazia ottusa se ne intende, visto che da quando sua figlia è nata, ormai oltre 40 anni fa, si batte per i suoi diritti, sempre difficili da veder riconosciuti. Marina Cometto ha cercato di spiegarlo a Poste Italiane, ma finora non c'è stato nulla da fare: Claudia deve recarsi allo sportello, a meno che non voglia richiedere il riconoscimento a domicilio, che però ovviamente è a pagamento.

“Sono tutore di mia figlia, invalida  al100%: Claudia Bottigelli, 47 anni, incapace di intendere e di volere – scrive Marina Cometto nella lettera indirizzata a Poste Italiane – Claudia non parla, non è in grado di firmare nulla ed è al limite della trasportabilità. Ho chiesto lo Spid per lei, perché l'Inps me lo richiede per poter continuare ad accedere al fascicolo del cittadino e poter cosi seguire e avere le informazioni utili per le pensioni e le visite di controllo”.

Marina racconta di aver tutto che la procedura richiedeva, fino al penultimo passaggio: “Ho eseguito la registrazione online per lei, trasmettendo i dati richiesti. E ho ricevuto la conferma di presa in carico, in data 29 settembre 2020. Mi sono quindi recata all'ufficio postale di residenza, per completare l'iter: avevo con me copia della mail di Poste Italiane recante  il numero di pratica, carta d'identità, codice fiscale e naturalmente copia del decreto del giudice tutelare di nomina”. Ma non basta: deve esserci Claudia. Di fronte alle spiegazioni e alle proteste di Marina Cometto, “mi hanno detto che loro non possono fare nulla e mi hanno consigliato di chiamare il numero verde. Allora ho telefonato e l'operatrice mi ha detto che, poiché mia figlia è nata prima del 2001, deve venire all'ufficio postale con me, in modo che l'impiegata faccia il riconoscimento. Cose da pazzi! - commenta Cometto - Mia figlia ha il libretto postale in quella sede, mi è stata rilasciata la carta Postamat. Adesso però, improvvisamente, devono controllare la persona: ma mia figlia non può firmare, è in carrozzina, non parla, non è in grado di aderire a nulla e l'impiegato la deve per forza vedere?”. Trasportare Claudia è un'impresa complicata, specialmente per due genitori ormai anziani. Soluzioni? Una ci sarebbe: “Mi è stato detto che posso chiedere che venga un impiegato a casa a fare il riconoscimento, ma naturalmente questo avrebbe un costo. Io mi chiedo: possibile che non si possa proprio evitare di complicare la vita a noi famiglie di persone con disabilità, che già di complicazioni ne abbiamo tante?”

La richiesta di Marina è quindi che “la procedura sia cambiata, tenendo conto delle esigenze di chi ha difficoltà grandi, come mia figlia. Lo Spid serve per accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione: per questo le regole sbagliate e discriminanti vanno cambiate. Capisco sia difficile da comprendere, si farebbe prima a cedere ai compromessi e 'aggiustarsi' le cose, come siamo bravissimi a fare noi caregiver. Ma è una battaglia sociale, che trae origine dalla domanda che mi perseguita: la prossima volta da cosa taglieranno fuori i nostri figli?”

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