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I bambini sono sempre gli ultimi, anche nella pandemia. Le 9 proposte di Daniele Novara

“Ci siamo dimenticati dei bambini” e bisogna correre ai ripari. Nell'ultimo libro del pedagogista, in uscita oggi, la storia dell'infanzia degli ultimi decenni, fino al lockdown: nella protezione che diventa privazione, il bambino che disturba diventa “disturbato”. 9 idee per una nuova “alleanza tra generazioni. Tra queste, adozioni più semplici e scuola dell'infanzia obbligatoria

13 ottobre 2020

ROMA – I bambini di oggi sono più puliti, forse più sani, magari più seguiti e sicuramente più protetti di quelli di 50 anni fa. La verità però è che tanti di loro non hanno la possibilità di essere bambini: le loro esigenze e la loro natura sono state immolate sull'altare della sicurezza, per la tranquillità dei genitori e in nome dell'ordine generale. I danni sono gravi e potrebbero essere devastanti: il lockdown e l'emergenza sanitaria che tuttora viviamo non fanno che peggiorare la situazione, rendendo i bambini sempre più marginali e invisibili. E' una denuncia severa e accorata quella che Daniele Novara affida al suo nuovo libro, maturato proprio nei giorni del lockdown e che  uscirà in libreria domani, forse proprio nel giorno in cui il nuovo Dpcm disporrà nuovi limiti e nuove restrizioni, alla luce dell'aumento dei contagi. “Perché i bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro”: è il titolo del volume, edito da Rizzoli.

La leggenda del “bambino untore”

È una storia dell'infanzia che parte dalla fine: dal lockdown e dalla mancanza di attenzione che in quei mesi le istituzioni hanno dimostrato nei confronti di tutto ciò che ruota intorno ai bambini e ai ragazzi che, riconosciuti e definiti “untori” non hanno goduto in quel periodo neanche di quel “diritto alla passeggiata” che pur veniva invocato da tanti, Novara compreso. “Tutto questo senza uno straccio di prova, ma sulla base del solito drammatico meccanismo del capro espiatorio di manzoniana memoria. (…) Nessuna smentita né nessuna chiarificazione scientifica riescono a scalfire questo muro di pregiudizio che si abbatte violentemente sui bambini e che, come vedremo tra poche righe, provoca un incredibile e parossistico effetto sui comportamenti degli italiani stessi e delle istituzioni, specie nel momento in cui, attenuatasi l’emergenza, viene l’ora di compiere delle scelte in merito alla graduale ripresa delle varie attività”.

Il diritto alla passeggiata sì, anzi no

Si arriva così al paradosso, denunciato da Novara, per cui sia “meglio avere un cane che avere un bambino”. Si susseguono gli appelli, tanto che Il 31 marzo 2 “il ministero dell’Interno, a cui spettava legittimamente la decisione, emana una circolare per cui i bambini vengono perlomeno equiparati ai cani: un adulto può uscire di casa per una passeggiata col proprio figliolo – più o meno intorno all’isolato, senza giochi, senza incontrare altri bambini – per un periodo di tempo limitato. La circolare sembra riequilibrare una situazione piuttosto penosa. Ma al peggio non c’è mai fine. Vari sindaci, specialmente quelli delle zone più colpite, ma non solo, decidono infatti di rigettare la circolare del ministero dell’Interno e di impedire nuovamente le passeggiate per i minori, creando un fortissimo disagio nei genitori”.

La constatazione è drammatica: “Bambini e ragazzi sono diventati invisibili”. Lo dimostra il fatto che, dal 18 maggio, tutto inizia a riaprire: tutto, tranne le scuole. Perfino “i bar in Italia possono riaprire; cosa a dir poco originale, dato che nessun altro Paese con un lockdown rigido come quello italiano ha operato una scelta simile. Dopo alcuni giorni, è il turno di barbieri, parrucchieri, estetiste…Nel giro di pochissimo, tutto riapre: persino le spiagge, le palestre e le attività sportive in generale (prima gli sport individuali e in seguito quelli di squadra). Ma le scuole no. In Italia, le scuole restano chiuse”.

La “scomparsa” dei bambini nella storia

Se “i bambini sono diventati invisibili”, questo non è però avvenuto dall'oggi al domani, né ha avuto origine nell'emergenza sanitaria: è una “scomparsa” che affonda le sue radici nel passato e che Novara fa risalire agli anni 80-90 e che è passata attraverso una serie di “perdite”, che il pedagogista racconta nei capitoli centrali del suo libro. Primo, la perdita dei cortili, che oggi o non esistono o, laddove esistono”, sono spesso “vietati ai bambini” e ai loro giochi. Una perdita grave, perché “l’essere bambini si manifesta anche in contesti fortemente organizzati e strutturati come quello scolastico, sportivo o ricreativo, ma il suo elemento vitale si trova là dove lo spazio è acquisito e vissuto dai bambini stessi, come se dovessero quasi impadronirsene”. Secondo, la perdita delle “pozzanghere” e di tutto ciò che sporca: ma “il bello delle pozzanghere è proprio il bello dell’infanzia: non è necessario andare a Gardaland o a Disneyland, si può vivere un’esperienza avventurosa anche solo con quello che concretamente la natura offre nei suoi cambiamenti stagionali”. Terzo, la perdita del “salire sugli alberi”, altra esperienza sacrificata sull'altare della sicurezza e malamente sostituita dalla finzione del videogioco: ma “l’apprensione uccide l’avventura infantile. Nessun gioco tecnologico potrà mai sopperire alla sensazione di vertigine e di sfida di un’arrampicata”. Quarto, la perdita del “gruppo spontaneo”, o meglio della “banda”, che riusciva a contenere anche chi più difficilmente sottostava a regole imposte dalla società degli adulti. Quinto, la perdita del “gioco spontaneo senza adulti”, che aveva la stessa funzione preziosa della “banda”.

Dai bambini dimenticati alle videocamere alle certificazioni

Questa marginalizzazione dell'infanzia ha portato e porta conseguenze allarmanti, segnalate anche dai casi di cronaca e dalle relative misure disposte negli ultimi anni; Novara fa riferimento, in particolare, ai seggiolini anti-abbandono e alla videosorveglianza negli asili, frutto entrambe di una “rottura dell'alleanza tra generazioni”, per cui i bambini rischiano di essere “dimenticati” dai genitori o maltrattati dagli educatori. Il pedagogista dedica un capitolo anche alle adozioni e alla loro gestione, che oggi comporta procedure mortificanti per le coppie, ritardi nella presa in carico affettiva, spese esorbitanti e, in generale, difficoltà che solo pochi riescono a superare. Spezio, nel libro di Novara, anche al parto e al modo in cui questo momento fondamentale non venga accompagnato a livello psicologico. E non può mancare la scuola, nell'analisi di Novara, dove pure si compiono”privazioni” e negazioni” - della motricità e della creatività, innanzitutto – che portano come conseguenza a una pioggia di certificazioni di disturbi: una disfunzione, questa, secondo Novara, che discende da un'inadeguatezza educativa e che trasforma il “bambino che disturba” - che nella storia è sempre esistito – in “bambino disturbato”, per il quale sono richiesti sostegni e risorse aggiuntive.

Nove punti per una nuova alleanza

Il libro si chiude con una proposta “politica”, rivolta alle istituzioni: una nuova attenzione all'infanzia, che si concretizzi in nove misure, piccole ma significative: primo, “creare un presidio pedagogico in ogni istituto scolastico”, secondo, “garantire alle mamme che hanno avuto un parto critico forme di sostegno psicologico e di assistenza”; terzo, “rendere l’adozione dei bambini, sia nazionale che internazionale, più semplice”; quarto, “mettere a disposizione dei genitori un bonus pedagogico”; quinto, “sostenere economicamente i genitori e le famiglie che mettono al mondo figli”; sesto, “rendere Nidi e Scuole dell’Infanzia gratuiti”; settimo, “rendere la Scuola dell’Infanzia obbligatoria”; ottavo, “sostenere la professionalità degli insegnanti”; nono, “destinare spazi cittadini ai bambini e ai ragazzi”. Nove spunti, per un futuro in cui l'infanzia torni ad essere protagonista della storia.

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