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Salute mentale, In carcere “il doppio binario” che la chiusura degli Opg non ha risolto

Dal 2015 a Reggio Emilia è attiva una Atsm, un'articolazione per la tutela della salute mentale: dentro ci sono 48 persone con disagio psichiatrico sopravvenuto alla detenzione, di cui la metà del territorio. Alcuni erano in Opg. La giurista: “Nessuna previsione normativa”

24 giugno 2019

REGGIO EMILIA – Dove c'era l'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, oggi c'è una Atsm. Di cosa si tratta? Le Articolazioni tutela salute mentale sono sezioni aperte in carcere e destinate ad accogliere i detenuti con un disagio psichiatrico sopravvenuto alla detenzione, quelli che vengono chiamati “rei folli”. In Italia ce ne sono 47 in 36 penitenziari per un totale di 303 celle in cui a inizio 2019 erano presenti 318 detenuti (Fonte Relazione del ministero sull'amministrazione della giustizia 2018). Quella di Reggio Emilia è stata creata con un decreto ministeriale del maggio 2015 in due sezioni dell'ex Opg (in totale erano sei, le altre quattro sono state destinate al carcere) e accoglie una cinquantina di persone, di cui la metà provenienti dall'Emilia-Romagna. “Si tratta di detenuti che non possono essere accolti nelle Residenze sanitarie per l'esecuzione delle misure di sicurezza istituite dopo la chiusura degli Opg perché le Rems sono destinate a chi è stato giudicato incapace di intendere e volere al momento del giudizio – spiega Marcello Marighelli, garante regionale dei detenuti – Si tratta di un doppio binario che la riforma avrebbe dovuto risolvere e, in realtà, non ha fatto”. Per Sofia Ciuffoletti, presidente dell'associazione L'altro diritto, “le Atsm sono illegittime e configurano una violazione degli articoli 13 e 32 della Costituzione, oltre che dell'articolo 3 della Corte europea dei diritti dell'uomo, dato che mantenere in detenzione una persona con grave malattia mentale può assurgere a trattamento inumano e degradante. Per queste persone – continua – non c'era un'alternativa al carcere una volta chiuso l'Opg e quindi sono state create le Atsm, per le quali però non c'è alcuna previsione normativa espressa, che impongono surrettiziamente il trattamento necessariamente penitenziario per i cosiddetti rei folli”.
 
Il superamento degli Opg. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari accoglievano le persone prosciolte per malattia mentale e quindi non imputabili, i detenuti che avevano sviluppato una patologia psichiatrica durante la detenzione, i semi-infermi (persone condannate a una pena diminuita per vizio parziale di mente) e i cosiddetti minorati psichici. La legge 81 del 2014 ne ha decretato la chiusura, al loro posto sono state create le Rems, Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, con competenza territoriale. In Emilia-Romagna ne sono state aperte due, a Bologna e Parma con 24 posti in totale. “Quella legge ha stabilito che le persone prosciolte per infermità mentale sarebbero state ricoverate nelle Rems, mentre nulla diceva per i detenuti con patologie psichiatriche sopravvenute alla detenzione, che quindi sarebbero ritornati in carcere. Occorreva però predisporre delle sezioni ad hoc”. L'Opg di Reggio Emilia è stato chiuso il 5 maggio 2016 quando gli ultimi quattro pazienti sono stati trasferiti presso la Rems di Castiglione delle Stiviere (Mantova). “C'erano oltre 300 persone in Opg quando è stato chiuso, una quantità spropositata – continua Grassi – Due sezioni sono state ridefinite come Atsm con 50 celle: chi era detenuto in Opg, adesso lo è in Atsm”. Secondo Grassi, infatti, è possibile che alcune delle persone presenti nell'Opg siano nella Atsm, “c'è sicuramente stato un ricambio – precisa – Chi aveva pene più brevi è uscito, mentre chi aveva pene detentive più lunghe è possibile che sia ancora lì”. Le due Rems di Bologna e Parma saranno sostituite da quella definitiva in corso di realizzazione a Reggio Emilia e la cui apertura è prevista per novembre 2019. “Il progetto è a buon punto – dice Marighelli – anche se sarebbe auspicabile un maggior numero di posti”. A Reggio Emilia, i posti in Rems saranno una trentina.
 
Il principio di territorialità. Anche per le Atsm, così come per le Rems, dovrebbe essere applicato il principio di regionalità ovvero sezioni e residenze dovrebbero accogliere solo persone del territorio di riferimento. Attualmente non è così: delle 48 persone presenti nella Atsm di Reggio Emilia più della metà provengono da regioni in cui non sono state realizzate strutture adatte ad accoglierle. “Con tutto ciò che comporta in termini di sovraffollamento in sezioni che dovrebbero essere dedicate all'assistenza specifica di detenuti con problematiche psichiatriche”, precisa Grassi. E poi c'è il problema della distanza dai servizi del territorio di riferimento che rende problematiche cure e trattamenti: “Perché è ovvio che se una persona è detenuta a Reggio Emilia, ma è di Bari sarà più difficile la sua presa in carico”, aggiunge. Nella Atsm di Reggio Emilia, secondo quanto riferisce il direttore del Dipartimento di salute mentale, non sono detenute persone in attesa di entrare in una Rems. “Ma il problema esiste a livello nazionale – precisa Grassi – C'è un certo numero di persone che non ha trovato posto nelle Rems ed è in lista di attesa, in carcere. E poi ci sono quelle persone che durante la custodia cautelare in carcere ricevono il giudizio di non imputabilità ma non essendoci posto nella Rems del territorio di riferimento rimangono lì fino a quando non si libera un posto”. È la situazione di Castiglione delle Stiviere, come racconta Roberto Ranieri, Responsabile di medicina penitenziaria per Regione Lombardia: “Dal 2015 è impossibile collocare alcuni detenuti e la Rems ha una lista d'attesa di 33 persone. Il primo posto si dovrebbe liberare a fine giugno ma con la salute mentale non è facile fare delle previsioni”. La questione dei posti è sollevata anche da don Daniele Simonazzi, ex cappellano dell'Opg di Reggio Emilia, “ho visitato diverse Rems in alcune regioni ed è chiaro che i posti sono insufficienti”, dice. E solleva la questione di cosa faranno queste persone una volta uscite dall'Atsm: “Il problema della loro posizione giuridica è che, una volta scontata la pena, devono essere scarcerate ma spesso si tratta di persone che non hanno un posto dove andare, in particolare gli stranieri”. Secondo Simonazzi, sarebbero una quindicina le persone di origine straniera nella Atsm di Reggio Emilia. Da ultimo il tema dei trasferimenti: le Rems sono strutture sanitarie, non detentive, e l'amministrazione penitenziaria non può o non vuole scortare e tradurre le persone in Rems con propri mezzi e propri uomini. Significa che, per esempio in Lombardia, per portare le 33 persone provenienti da tutta la regione a Castiglione delle Stiviere si dovranno muovere le ambulanze delle aziende sanitarie di Mantova.
 
La detenzione domiciliare in deroga. Con la sentenza 99 del 20 aprile 2019, la Corte Costituzionale ha accolto la questione di costituzionalità sollevata dalla Corte di Cassazione in merito all'articolo 47ter comma 1ter dell'Ordinamento penitenziario dichiarandolo illegittimo nella parte in cui non prevede che, in caso di grave infermità psichica sopravvenuta, il tribunale di sorveglianza possa disporre la detenzione domiciliare in deroga. “Prima del 2015 queste persone passavano dal carcere all'Opg, ma con la sua chiusura poteva configurarsi una discriminazione – spiega Grassi – Con questa sentenza, la Corte dice che andare in Atsm non è la stessa cosa che essere curati all'esterno del carcere. Ovviamente, ci sono tutta una serie di fattori da considerare”. Il giudice, pertanto, può disporre che il detenuto con sopraggiunta malattia di tipo psichiatrico possa essere curato fuori dal carcere e concedergli, anche quando la pena residua è superiore a quattro anni, la misura della detenzione domiciliare umanitaria o in deroga, come accade per le malattie di tipo fisico. “La Corte ha accertato che la mancanza di un'alternativa all'esecuzione della pena in carcere per questi detenuti viola gli articoli 2, 3, 27 e 32 della Costituzione, oltre che l'articolo 3 della Cedu che vieta i trattamenti inumani e degradanti e riafferma che la tutela della salute espressa nell'articolo 32 della Costituzione comprende sia la salute fisica che quella psichica, a cui l'ordinamento è obbligato a prestare un analogo grado di tutela – spiega Ciuffoletti –. L'estensione della detenzione domiciliare umanitaria o in deroga è fondamentale e consentirà alle persone con malattia psichica sopravvenuta al carcere di chiedere di essere curate fuori. Resta da capire quale sarà la sorte di quelle persone che non potranno accedere alla misura alternativa perché, ad esempio, prive di rete familiare, di un domicilio o perché socialmente pericolose, e quale siano le modalità con cui il nostro ordinamento si prefigge di tutelare la loro salute”.

di Laura Pasotti - Francesco Floris

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