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Persone con disabilità intellettive all'università? L'accesso non si può negare

Roberto Speziale, presidente di Anffas, risponde alla domanda di Salvatore Nocera: "E' utile per i ragazzi con disabilità intellettiva la frequenta all'università?". "Nessuna limitazione è limitata: il problema è predisporre, fin dalla scuola, percorsi adeguati con accomodamenti ragionevoli. E permettere che anche l'università garantisca inclusione. Ma non bisogna essere ideologici: l'università non è per tutti"

20 ottobre 2016

ROMA - I"La nuova sfida è garantire ad ogni persona con disabilità i giusti ed adeguati sostegni, nei vari contesti, affinché ciascuna possa raggiungere i massimi traguardi possibili. Questo riguarda anche le persone con disabilità intellettive e più in generale con disturbi del neurosviluppo e l'eventuale loro accesso all'università": così Roberto Speziale, presidente di Anffas, risponde agli interrogativi posti da Salvatore Nocera, che aveva espresso perplessità in merito alla vicenda di Rebecca. "E' utile per i nostri ragazzi con disabilità intellettiva la frequenza dell'Università per una loro crescita umana, intellettuale e sociale?", domandava in particolare Nocera.

Questa la risposta di Speziale:

"Il nuovo modello basato sui diritti umani, sancito anche dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, impone che oggi l'approccio alla disabilità non sia più basato sulle limitazioni che la disabilità comporta ma che si tenga conto dalle potenzialità che ogni persona possiede. Pertanto, in linea di principio, nessuna limitazione, a priori, è giustificata e giustificabile anche nell'accesso ad un percorso universitario e ciò non solo per gli aspetti della loro crescita umana, intellettuale e sociale ma proprio per il rispetto del loro diritto inalienabile ad avere accesso ad una istruzione di qualità per l'intero arco della vita ed in condizione di uguaglianza con gli altri".

Speziale precisa però che "occorre avere un approccio né ideologico né astratto. Infatti dobbiamo avere piena consapevolezza che non tutte le persone con disabilità Intellettive e disturbi del neurosviluppo possono, seppur adeguatamente sostenute, raggiungere un livello tale da poter affrontare un ordinario percorso di studi, in questo caso universitario.

Sarebbe, di contro, sbagliato pensare che nessuna persona con disabilità intellettiva e del neurosviluppo, per il solo fatto di avere una certificazione che ne definisce tale condizione di disabilità, non possa, di per sé, accedere anche a tale livello di istruzione".

Speziale propone quindi un nuovo interrogativo: " siamo certi che, nell'attuale sistema normativo ed educativo, nei vari cicli scolastici gli alunni e studenti con disabilità, specie quelle con disabilità intellettive e del neurosviluppo, ricevano gli adeguati e competenti sostegni, tali da garantire che gli stessi possano esprimere le loro potenzialità nella massima misura possibile?". E risponde: "La nostra esperienza sul campo ci porta a ritenere che spesso, non sempre in modo giustificato, si preferisca utilizzare la norma che consente la predisposizione di un Pei (Piano educativo individualizzato) differenziato, che poi non consentirà l'acquisizione di un titolo utile all'iscrizione ai corsi universitari, avendo il titolo conseguito solo il valore di un semplice attestato di frequenza, con l'attribuzione di soli crediti formativi scarsamente spendibili nella concreta realtà".

Quale allora la soluzione? "Intervenire sin dalla scuola dell'infanzia affinché, partendo da un'attenta valutazione multidimensionale delle potenzialità dell'alunno, vengano predisposti Pei e Pdp (Piano didattico personalizzato) affidati a docenti (a partire dai docenti curriculari) adeguatamente formati. Ove non ci siano oggettive motivazioni per predisporre un Pei differenziato, si dovrebbe sempre propendere per un Pei ad obiettivi minimi. In tal modo non sarebbe pregiudicato allo studente con disabilità l'accesso agli ulteriori normali cicli scolastici. Il Pei ad obiettivi minimi consente, infatti, all'alunno e studente con disabilità, di seguire un corso di studi ed un esame finale semplificato ma non pregiudizievole, come invece avviene in presenza di un Pei differenziato".

Non solo: "al termine della scuola secondaria di primo grado, si dovrebbe procedere ad una ulteriore valutazione rispetto alle specifiche competenze acquisite, in modo da scegliere, sempre di concerto con la famiglia e tendendo in conto i desideri dello studente , l'indirizzo ritenuto più confacente. Solo in presenza di tale percorso, si potrà arrivare a valutare, alla fine del ciclo di studi della scuola superiore di secondo grado, l'eventuale accesso ad una adatta facoltà universitaria, sempre garantendo la centralità della persona ed i suoi diritti fondamentali".

E' quindi chiaro che "il problema non è se le persone con disabilità intellettiva e del neurosviluppo possano e debbano accedere o meno ai cicli universitari, bensì come si costruisce, accompagna, sostiene e verifica un serio accesso e frequenza all'intero sistema educativo e formativo". In particolare, per quel che riguarda l'università, "altro problema di enorme portata deriva dal fatto, come opportunamente segnalato da Salvatore Nocera, è che l'attuale sistema universitario non è per nulla organizzato e forse neppure attento per garantire alle persone con disabilità intellettive di svolgere un adeguato percorso universitario, grazie ad una serie di accomodamenti ragionevoli. Anche in questo caso - conclude Speziale - il problema non è insito nella persona con disabilità o nella sua disabilità, ma in un sistema che, piuttosto che agire ed essere organizzato come facilitatore, finisce con il diventare una reale barriera, solo formalmente rispettoso delle vigenti normative in materia".

(21 ottobre 2016)

di d.marsicano

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