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L´eutanasia sui neonati? Rilancia gli orrori nazisti

Antonio GuidiROMA - Nessuno può decidere a priori della vita di un'altra persona: le prese di posizione a favore dell'eutanasia rimandano all'orrore nazista. Netto e partecipato il rifiuto della dolce morte ai neonati disabili da parte di Antonio Guidi, ex ministro per la famiglia e la solidarietà sociale e presidente dell'Istituto Italiano di medicina sociale.

Onorevole Guidi, una nuova apertura verso l'eutanasia
Non è la prima volta che dobbiamo far fronte a simili prese di posizione, e non sarà l'ultima, purtroppo. Storicamente, anche se sono profondamente convinto che la tragedia dei lager sia unica e che nel novecento abbiamo vissuto il male assoluto, non posso non notare che fu il nazismo a teorizzare l'eutanasia passiva - e attiva - per i disabili. Tutto torna, purtroppo. C'è sempre un big bang, un momento in cui si verifica un discrimine rispetto al passato. In un mondo in cui sempre vi erano state guerre e violenze, e in cui sempre i più forti hanno ucciso i più deboli, il nazismo ha rappresentato un salto evidente, con la creazione di una filosofia e di una scienza secondo cui pazzi, malati, disabili rappresentavano delle aberrazioni della razza. Il sistema nazista era un sistema senza uguali, ma questo stesso spirito aleggia oggi nell'aria: è l'orrore senza fine di qualcuno che si definisce normale e detta le regole della vita, determinando il metro della felicità.

Non è comprensibile che l'uomo cerchi la felicità?
Certo, ma qui siamo di fronte a persone - e sono soprattutto scienziati - che decidono a priori chi può essere felice e chi no. E invece, se la vita è un mistero, quanto più misterioso ancora è il metro della felicità! Chi la decide? Io guardo a me stesso: nella civile Italia degli anni cinquanta qualche medico consigliò a mia madre di lasciar perdere, di non lottare per la mia vita. Lei non lo ascoltò, e nella mia vita sono stato felice e sono stato infelice, sono stato innamorato e sono stato depresso. Ma il presupposto di tutto è stato la possibilità di vivere questa vita: nessuno può determinare a priori come sarà la vita di un'altra persona.

L'intento dichiarato è quello della compassione
Le posizioni della chiesa anglicana e del Royal College rilanciano orrore perché riaprono uno spiraglio ad un neonazismo che ovviamente non si presenta in forma dura ma in modo "dolce". Si sta tentando di contrabbandare come positiva e carica di compassione una posizione che invece è solo un tentativo subdolo di superare i limiti del rispetto dovuto ad ogni persona. Stiamo barando per liberarci di gente scomoda. E aprire un varco, ad iniziare dai neonati disabili, significa andare incontro ad una vera e propria tracimazione.

Si tratta però della posizione di una chiesa cristiana
La posizione anglicana non è condivisibile, ma da credente non posso esimermi dal dire che qualche volta anche il mondo cattolico è carente. Vorrei un universo cattolico più forte, più coeso e più unito, così come lo è stato su altri aspetti del diritto alla vita. Una comunanza di intenti non solo sul rispetto dovuto all'embrione umano, non solo sulla difesa della vita, ma anche sulla sua dignità e sulla sua qualità. Mi angoscia che, mentre da un lato si parla tanto di chi non è ancora nato, dall'altro sia alto il rischio di ignorare chi vive ogni giorno una difficile normalità. Di fronte a ciò che non va, ci vuole la stessa indignazione. E' facile pronunciare un no di principio all'eutanasia; molto meno facile è esprimersi su quale tipo di vita il disabile debba vivere: per questo non basta uno spot.

La questione riguarda anche il senso profondo della professione medica e la volontà di legiferare su un tema come l'eutanasia
Comprendo, anche se non condivido, il tormento nella scelta personale sullo "staccare la spina": lo capisco come dilemma intimo, al quale si risponde avendo come faro il principio di responsabilità. Non sopporto però che la scelta intima sulla vita diventi un metodo, che su di essa si decida a tavolino, con una tendenza a regolamentare tutto. Posso capire leggi sociali di grande respiro, ma la "iper-legificazione" è sintomo di un vero delirio, quello per cui a tutto debba esistere una soluzione e che essa debba essere codificata. Non è così: occorre accettare invece che vi sono scelte che debbono restare nell'intimo della coscienza. Anche perché le leggi sono sempre il frutto di una scelta politica legata al consenso dell'elettorato, piuttosto che alla coscienza. (Stefano Caredda)

(13 novembre 2006)

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