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Legge di stabilità, la lunga attesa del testo ufficiale: pensioni e legge 104/92 nel mirino

Non ancora disponibile il testo ufficiale del provvedimento licenziato dal Consiglio dei ministri: le associazioni attendono per un giudizio di merito ma intanto si preparano alla protesta. Due ipotesi in campo per la tassazione Irpef della pensione di invalidità: potrebbe scattare in presenza di un reddito complessivo superiore ai 15 mila euro. Stretta alla 104 per i lavoratori pubblici: giornate pagate al 50% se l'assistito non è un coniuge o un figlio

foglio di carta arrotolato

ROMA - Tutti in attesa del testo ufficiale. A 36 ore dal via libera al provvedimento del Consiglio dei ministri relativo alla legge di stabilità, rimangono ancora numerosi dubbi sul reale peso dei provvedimenti che toccano le persone con disabilità. In particolare rimane ancora indeterminata la portata della decisione di assoggettare ad Irpef l'importo delle pensioni di invalidità, mentre qualche certezza maggiore si ha sulla modifica alla legge 104/92. Le principali associazioni rappresentative del mondo della disabilità attendono di leggere i documenti ufficiali di Palazzo Chigi prima di emettere un giudizio definitivo, ma nel frattempo non mancano di bocciare il senso complessivo della legge di stabilità, mettendo in evidenza come i nuovi tagli alla sanità e agli enti locali si trasformeranno in minori servizi per le persone disabili. Ma ecco nel dettaglio la situazione riguardo ai due principali provvedimenti.

PENSIONI D'INVALIDITA' - La legge di stabilità prevede la rimodulazione di alcune tax expenditures, cioè l'annullamento parziale o totali di alcuni sconti fiscali come deduzioni, detrazioni o esenzioni che oggi abbassano l'importo dell'imposta Irpef da versare. Al momento, l'unico nota ufficiale è il comunicato stampa emesso la notte del 9 ottobre, in cui si dice: "La legge di stabilità prevede anche la rimodulazione di alcune tax expenditures per i redditi superiori ai 15mila euro: - si introduce una franchigia di 250 Euro per alcune deduzioni e detrazioni Irpef e, per le sole detrazioni, si fissa il tetto massimo di detraibilità a 3000 euro. - si prevede anche l'assoggettabilità ad Irpef delle pensioni di guerra e di invalidità".

Il dilemma è nell'interpretazione. Significa che saranno tassate con l'Irpef le pensioni di invalidità superiori a 15 mila euro, o che invece saranno tassate le pensioni di invalidità di quei soggetti che hanno un reddito complessivo superiore a 15 mila euro? Nel primo caso, la questione è molto semplice: la cifra base della pensione di invalidità è infatti tale (si tratta di 267,57 euro mensili) da non avvicinarsi neppure lontanamente a quella soglia, a meno che non si voglia considerare anche la cifra dell'indennità di accompagnamento (per gli invalidi civili totali è di 492,97 mensili), di cui però non c'è alcun cenno nel comunicato e comunque non era mai stata nominata nelle bozze circolate nei giorni scorsi. Se questa interpretazione fosse corretta, sarebbero tassate solamente le pensioni di invalidità corrisposte in pochissimi ambiti di lavoro, per cifre nettamente elevate.

La seconda ipotesi, che preoccupa molto di più, è che invece la cifra dei 15mila euro da considerare come parametro per valutare l'assoggettabilità ad Irpef sia riferita al reddito complessivo del contribuente: al di sotto la pensione sarà esente da Irpef, al di sopra ci sarà invece soggetta. Ad essere interessati sarebbero dunque tutti quei pensionati che oltre ai 267,50 euro mensili della pensione (3477,50 euro l'anno) hanno anche altri redditi: per molti invalidi civili, il reddito di eventuali immobili o terreni posseduti, o un eventuale reddito da lavoro, potrebbero essere sufficienti per sforare il tetto dei 15mila euro e per vedersi tassata la pensione che finora era percepita esentasse. Peraltro, se l'intenzione del governo fosse questa, sarebbe comunque ancora da chiarire se nei 15 mila euro debba essere considerata la stessa pensione di invalidità (in questo caso per sforare il tetto basterebbero altri redditi per circa 11.500 euro) o se invece debbano essere considerati solamente gli altri redditi (e dunque la tassazione sulla pensione scatti se gli altri redditi, esclusa la pensione, superano quota 15 mila).

L'intera norma, inoltre, andrebbe poi valutata anche considerando un secondo fattore: la normativa attuale prevede infatti che l'importo della pensione d'invalidità non venga erogato se il reddito del pensionato supera un tetto di reddito che per l'anno 2012 (categoria invalidi civili totali) è fissato a 15.627,22 euro. In pratica, se il reddito (senza considerare la pensione) è superiore ad una cifra che è appena più alta del nuovo limite posto dal governo, l'assegno già ora, semplicemente, non viene pagato. Il che, riportando la questione all'attualità dei provvedimenti governativi, riduce notevolmente la platea degli interessati ad una norma siffatta, con la conseguenza che anche l'impatto in termini di risparmi generati sarebbe assai limitato. Di fatto, si colpirebbe una fetta minima di pensionati, a seconda delle diverse interpretazioni quelli che oggi hanno un reddito intorno agli 11500 euro ma non superano i 15.627,22 euro oppure, addirittura, quelli che superano quota 15 mila euro ma non quota 15.627,22 euro. E' vero che la tassazione Irpef avviene in relazione ai redditi dell'anno precedente, mentre il limite di reddito attualmente in vigore ha effetti sull'anno futuro (sospendendo la corresponsione della pensione), ma in presenza di situazioni personali stabili dal punto di vista del reddito (sempre lo stesso lavoro, sempre la stessa pensione, sempre la stessa casa) le differenze non dovrebbero essere abissali. Quale che sia la versione corretta, gli effetti della manovra del governo colpirebbero comunque una fetta ben identificata di invalidi, dai redditi non propriamente facoltosi.

LEGGE 104/92. Le modifiche alla legge 104/92 sono invece più lineari, anche se nel comunicato stampa del governo non se ne trova traccia. In ogni caso, la legge di stabilità prevede il dimezzamento della retribuzione per i giorni utilizzati dai dipendenti pubblici per l'assistenza a familiari con disabilità. Attenzione: la norma riguarda esclusivamente i lavoratori pubblici, e non anche i privati, che hanno ugualmente accesso ai benefici della legge 104/92 (per quanto la utilizzino in percentuale cinque volte inferiore). Il provvedimento del governo specifica che la retribuzione rimarrà piena solo se il permesso ex lege 104/92 è dovuto a patologie del dipendente o all'assistenza a figli e coniuge. Se l'assistito è un altro familiare, invece (cioè se è un genitore, uno zio, un fratello, e via dicendo: i permessi possono essere ottenuti per assistere parenti o affini entro il secondo grado o entro il terzo grado se i genitori dell'assistito sono over 65 o portatori di handicap) lo stipendio della giornata sarà dimezzato e si manterrà intera solamente la contribuzione figurativa. La norma, in termini quantitativi, colpisce soprattutto i lavoratori che usufruiscono dei permessi per assistere i propri genitori.

C'è già chi fa notare, peraltro, che la penalizzazione economica di quanti fanno assistenza ai genitori o altri parenti, diversamente da chi assiste un figlio o il coniuge, costituirebbe una palese discriminazione che contrasterebbe con la Costituzione. Il riferimento, ad esempio, potrebbe essere la sentenza 26 gennaio 2009, n. 19 della Corte Costituzionale, con la quale si evidenziano pari diritti costituzionali tra chi assiste i genitori portatori di handicap e chi assiste figli o coniuge con handicap. Una penalizzazione economica siffatta, dunque, potrebbe essere a rischio di incostituzionalità per disparità di trattamento.

(11 ottobre 2012)

Legge 104/92, ne beneficiano 529 mila lavoratori: quelli pubblici cinque volte più dei privati

madre e figlio autisticoIl governo con la legge di stabilità cambia le regole per i lavoratori pubblici che assistono parenti disabili. SuperAbile è in grado di pubblicare i dati che, per la prima volta, illustrano il quadro di chi ne usufruisce: sono oltre mezzo milione di lavoratori, 285mila privati e 244mila pubblici. Ma se fra i primi la usa l'1,4%, fra i secondi la cifra sale fino al 7,4%. E in singoli settori, come la scuola nelle regioni del sud, un insegnante su due gode dei permessi