L'associazione commenta la sentenza. Censi, presidente della onlus: "Per noi andare avanti nel processo è stata una scelta guidata da finalità sociali e sociologiche. Non vogliamo che Internet diventi un muro su cui scrivere le stupidate più grandi"

ROMA - "Non vogliamo che Internet diventi un muro su cui scrivere le stupidate più grandi", né tanto meno vogliamo che sia "il postino dei nostri tempi che nessun cane azzannerà. L'abbiamo appena visto con Facebook". Edoardo Censi, presidente di Vivi Down, commenta così la sentenza contro Google per aver lasciato circolare in rete, nel 2006, un video in cui un ragazzo disabile di Torino veniva vessato da quattro compagni di scuola. L'associazione si era costituita parte civile nel processo contro il più grande motore di ricerca del web. "Come più volte ribadito - spiega -, il nostro fine non era quello di censurare la libertà di espressione su Internet, ma quello di ottenere una pronuncia che riconoscesse la tutela ai diritti fondamentali delle persone più deboli, tra i quali rientra il diritto alla privacy". Il Tribunale di Milano, infatti, ha condannato gli imputati per violazione della legge sulla privacy, mentre li ha invece assolti dal reato di diffamazione.
Quando fra tre mesi verranno depositate le motivazioni della sentenza, "le leggeremo con attenzione per comprendere meglio le argomentazioni che hanno portato il giudice a pronunciare una sentenza così importante e che ha soddisfatto anche i pm", dice Censi. Intanto, l'associazione Vivi Down ha spiegato, nella replica alle conclusioni dei difensori di Google, le "ragioni sociali, educative e sociologiche" dell'azione legale intentata. "Pensiamo che ci siano delle regole di comportamento, che si deve fare di tutto per rispettare, soprattutto quando si svolgono attività commerciali di grande diffusione e successo", si legge nel documento processuale. "Non vogliamo più che si verifichino altri casi come questo dove un video, oggettivamente orribile, rimane visibile per 2 mesi arrivando a essere tra i più cliccati - nella sezione ‘video più divertenti' - prima di essere rimosso e solo perché interviene una senatrice o la polizia postale. Esistono delle responsabilità".
"Ma non ci interessa solo la questione giuridica", continua Edoardo Censi. "Ora parlo anche come padre preoccupato soprattutto per l'educazione dei propri figli. Ed è proprio per questo che l'associazione Vivi Down ha portato avanti una campagna di sensibilizzazione sui temi della disabilità con gli studenti dello ‘Steiner' - l'istituto grafico dei quattro ragazzi ‘colpevoli' delle vessazioni -, conclusasi con un concorso per opere pubblicitarie". L'argomento prescelto recitava più o meno questo slogan: "E' molto facile mostrare la propria forza con chi non può difendersi! La vera forza sta nel difendere i più deboli".
Un po' di storia. Il video con le vessazioni al ragazzo disabile venne girato con il telefonino da quattro studenti dell'istituto superiore per grafici pubblicitari "Steiner" di Torino nel maggio 2006 e poi caricato su "Google video" l'8 settembre, dove rimase fino al 7 novembre prima di essere rimosso. I ragazzi "colpevoli" - Matteo, Marco, Davide e Luisa, questi i nomi dei bulli - furono sospesi dalla scuola per un intero anno scolastico. Nel mentre hanno trascorso 12 mesi al Sermig (Servizio missionario giovani), un punto di riferimento per tutti e una casa aperta per chi è in difficoltà: madri sole, carcerati, stranieri, persone che hanno bisogno di cure, di casa, di lavoro. Nell'autunno 2007 si apre il processo, conclusosi con un altro anno di "messa alla prova" in attività socialmente utili da scontare in un'associazione di persone disabili individuata proprio da Vivi Down su richiesta del Tribunale dei minori di Torino. (Michela Trigari)
(24 febbraio 2010)





