Addio alla maglia nazionale, alle competizioni, alla barca. Graziana Saccocci, campionessa paralimpica in carica di adaptive rowing e argento mondiale, ha deciso di chiudere una fase per aprirne un'altra. Sarà consulente psicologa, per rispondere ancora una volta al cuore che chiama

ROMA - Graziana Saccocci ha detto addio al canottaggio adaptive. Lo ha fatto senza rimpianti, con un pesante bagaglio di esperienze, di emozioni inesprimibili, pronte per attingervi "quando nella vita mi capiterà di trovarmi a terra", dice con fatalismo e concretezza. Graziana Saccocci, grande paralimpica del canottaggio adaptive, milanese, non ci vede. Colpa di un problema neurologico del nervo ottico, i suoi occhi sono perfetti, ma qualcosa non ha più funzionato a livello cerebrale, all'età di 33 anni. Graziana, che ha appena girato la fatidica boa dei 50 anni, all'epoca aveva già un matrimonio finito male alle spalle, "Mi ero sposata a 18 anni", una carriera di docente di grafica pubblicitaria, "Insegnavo da 15 anni", e molte esperienze ancora da vivere. Come quella di capovoga di un equipaggio di ‘4 con', su un'imbarcazione con la bandiera tricolore dipinta sopra, a cercare medaglie di caratura mondiale.
"Succede così, tutta la vita è una coincidenza. Per me salire su una barca a remi è stata casualità pura: mancava un componente nell'equipaggio iscritto ai Mondiali di adaptive rowing. Il CT nazionale, Paola Grizzetti, ha cominciato un giro di chiamate per tutto il nord Italia, in tutti i posti ove si allenasse una ragazza non vedente: la cercava per completare la barca, altrimenti addio Mondiali. Così ha chiamato decine di centri sportivi, tra cui il mio". Ecco come il canottaggio paralimpico azzurro ha scovato Graziana, un talento della volontà, prima che sportivo. Una che si è calata in barca completamente digiuna di questo sport e in un mese, con sole 15 uscite in barca, ha gareggiato ad un Mondiale (Idroscalo 2003). "Siamo arrivati ultimi, ma più di tanto non potevano chiedermi". Poi l'anno dopo ci hanno riprovato: 2004, c'è il Mondiale di Spagna. "Di nuovo ultimi, ma l'impegno nella preparazione era stato davvero tanto, come nel 2003. Poi sono arrivati i Mondiali del Giappone (2005): di uovo ultimi. Allora ci siamo radunati per parlare e ci siamo detti: ancora un anno ultimi non si può, diamoci una mossa". In Inghilterra, nel 2006, l'obiettivo era arrivare tra i primi 6. Siamo arrivati sesti. Poi in Germania 2007, il Mondiale di qualificazione alle Paralimpiadi, quarti: e per fortuna! Se avessimo vinto il bronzo ci saremmo adagiati, invece avevamo la giusta dose di grinta per cercare il podio a Pechino".
Prima del canottaggio, Graziana aveva fatto palestra, aerobica, attrezzistica, poco nuoto: di barche nemmeno l'ombra. "Se ho fatto il percorso che ho fatto, lo devo ai miei maestri. Persone eccellenti, sotto il profilo umano, prima di tutto, poi sportivo: Paola Grizzetti, Giovanni Calabrese, Renzo Sambo. Gente che negli allenamenti a Gavirate, dove c'è il Centro federale di canottaggio, non ci ha mai detto i tempi che segnavamo, sennò ci saremmo montati la testa, e adagiati. E ci esercitavamo con equipaggi di normodotati, per essere davvero competitivi". E' così che si guida un gruppo verso l'oro paralimpico, quello che Graziana e compagni si sono portati a casa dalle Paralimpiadi di Pechino 2008. "Quel giorno, nel bel mezzo della finale, ho avuto l'illuminazione, l'intuizione fortissima che avremmo potuto farcela. Quando il timoniere, che in barca precede sempre il capovoga, cioè Alessandro Franzetti, ha detto che gli Usa stavano attaccando. Allora mi sono detta: è la volta buona, possiamo farcela. Già dopo 250 metri avevamo staccato il gruppo di partenza, avevamo la punta fuori da tutti gli altri. Poi la voce decisa di Alessandro, di cui in tanti anni di allenamento conosco ogni sfumatura, ogni impercettibile inflessione. Poi ci ha detto di fermarci, e io mi sono accasciata sul remo, il respiro spezzato. Avevamo vinto l'oro".
Possibile che questi ricordi non la facciano per un attimo ripensare alla decisione presa e magari tornare indietro? "Niente affatto, nulla di ciò che ho fatto è perso: il canottaggio mi ha dato enormemente, e io al canottaggio ho dato tutto ciò che potevo. Ma, come ho scritto nella lettera che ho inviato al Presidente federale Gandola: "Una persona matura, di buon senso, deve sapere sempre quando fermarsi, quando è giunto il momento di lasciare, e un percorso si chiude...". Semplicemente, per me, dopo lo scorso Mondiale di Poznam 2009, e l'argento vinto, straordinario perché abbiamo fatto passare solo l'Inghilterra, tenendo la fortissima Germania alle nostre spalle, si è chiuso un ciclo. Non darei più tutta me stessa con l'intensità di prima. Ora voglio aprirmi a ciò che verrà. Farò spazio al resto delle esperienze che la vita mi riserva. Senza fare ragionamenti di convenienza o veniali. Solo affidandomi al cuore, alle emozioni che sento, come ho sempre fatto". Graziana si riferisce all'amore per la psicologia, che l'ha sempre affascinata. "Ho un'idea: prendermi la laurea in psicologia e poi aprire uno studio privato, o uno sportello in una scuola, una Asl, un ospedale, per aiutare gli altri a trovare una via d'uscita ai loro problemi". Graziana sa che ce n'è gran bisogno in giro, di aiuto. Come quando una certa Paola Grizzetti chiese di lei al telefono del Circolo Sportivo, perché aveva bisogno di completare la barca. Graziana non ha fatto altro che dare ‘un aiuto'. Scrivendo una pagina fondamentale, storica, del ciclismo paralimpico mondiale.
(14 gennaio 2010)




