Una gamba amputata e la scoperta che camminando, la protesi si impara a portarla meglio: dall'atletica al trekking, Roberto Buzzone, di ritorno dal Gr20 in Corsica, uno dei percorsi più impegnativi d'Europa, racconta i suoi inizi e parla del futuro. Tra i tanti grazie, quello all'amico Stefano Pini. "Compagno di viaggio e preziosa collaborazione"

ROMA - Trentadue anni, piemontese di Ovada in provincia di Alessandria, una protesi sotto al ginocchio destro, Roberto Buzzone - al suo rientro dal Gr20, uno dei percorsi a piedi più impegnativi d'Europa - si racconta in una breve intervista. Dall'atletica alla montagna, dalla corsa al trekking, scoprendo che la protesi classica insegna a camminare, Roberto ha al suo attivo imprese fuori dal normale. Ha scalato due volte il Gran Paradiso e una volta in tempi record (4 ore e mezza), ha percorso l'intero cammino di Santiago de Compostela (781 chilometri in 22 giorni), ha conquistato o si è fatto conquistare dalle vette del Kilimangiaro in Africa, ha scalato l'Aconcagua - la cima più alta delle Americhe, oltre 6mila metri - in completa autogestione.
Come nasce l'idea del trekking. Insomma, lei ha una sola gamba. Poteva scegliere uno sport più compatibile con la sua disabilità?
"Ma è quello più compatibile. Sarebbe stato incompatibile (ride) il tiro con l'arco. Sto scherzando, ma neanche troppo. Facevo atletica, mi allenavo ogni giorno, ma poi ho capito che sia il giro di pista che il tartan erano per me insufficienti. Ho cambiato protesi, passando da quella da pista a quella da cammino, e ho iniziato a camminare. Alessio Alfier, mio allenatore, si è stupito, mi ha sostenuto e siamo andati insieme subito sul Gran Paradiso. Natura e grandi spazi, quasi per caso e senza nulla togliere all'atletica, hanno preso il posto della pista e della gomma su cui correvo prima".
Come e dove ha iniziato questa pratica sportiva?
"Come l'ho detto. Dove, qui. L'inizio è stato proprio il nostro Appennino. Tra il Piemonte e la Liguria. A 10 minuti d'auto, perchè guido, da casa mia".
Ventidue giorni di sport e impegno personale. Chi deve ringraziare?
"Sicuramente gli sponsor e le persone che quotidianamente mi danno una mano, ma un ringraziamento speciale, davvero, va all'amico Stefano Pini: compagno di viaggio e preziosa collaborazione. E' stato il primo - spero di una lunga serie - viaggio insieme. Ha curato peraltro l'idea del sito internet che raccoglie tutte le mie imprese (www.robydamatti.it) e ancora oggi lavora sull'aggiornamento del sito".
La chiamano Robydamatti e anche in Corsica la si appellava, insieme al suoi compagni di viaggio, "quelli che camminano con il cane". Un'immagine che fa sorridere, ma che testimonia anche quanta caparbietà e forza sott'intende certe azioni. Qual è la sua forza? E dove vuole arrivare?
"Dove trovo la forza non lo so. Personalmente cercherò, finché potrò, di fare le mie camminate estreme: sono un buon veicolo, forse il migliore, anche per portare un messaggio di aiuto e sostegno morale a tanti che vivono un momento di debolezza o sconforto, che siano disabili o meno. Quando ho capito questo, ovvero che oltre la mia passione riuscivo anche a sollevare da ansie e paure tante altre persone, ho capito che stavo vivendo dentro i miei sogni. Se oggi qualcuno mi chiedesse se ho un sogno, gli direi che lo sta già vivendo. Aiutando gli altri e anche me. Camminando e viaggiando. Non volgio dunque arrivare da nessuna parte, ma costruire semmai un percorso di valorizzazione della mia e dell'altrui esperienza. Lo stesso sito Internet verrà in futuro arricchito da informazioni e punti di riferimento utili per gli ausili, la riabilitazione, lo sport e le tante iniziative che si attiveranno. Raccolte fondi e incontri sul territorio potrebbe essere poi un'ottima cornice per attivare nuovi entusiasmi. Anche nei confronti altre categorie sociali, quali bambini, anziani, minori nei paesi in via di sviluppo".
Che consigli si sente di dare ai tanti giovani con disabiità che avessero voglia di cimentarsi con il trekking?
"Intanto chi ha una disabilità e intende fare trekking, ha già la testa giusta per farlo. La testa è importante perchè di fatica se ne fa. Il trekking è perseveranza. Dunque, consiglierei appunto perseveranza, ma anche carattere e denti stretti nei momenti più estremi. Con la testa si fa tutto. Spero però che queste domande di consiglio arrivino, perchè allora vorrà dire che siamo diventati un bel gruppo di camminatori. Tecnicamente, poi, aggiungo che la protesi classica - non sportiva - insegna a camminare meglio. Passare il tempo camminando, con la propria protesi, aiuta ad evitare zoppicamenti. Nel caso del trekking, poi, così tanta strada, unita alla diversità di terreno calpestabile e ai diversi modi di assecondare l'arto, si impara a camminare come prima. Torni un normodotato, insomma. Vivi come prima, sebbene amputato. E questo solo il trekking me lo ha dato". (eb)
(6 settembre 2010)






