Secondo il rapporto redatto da Fnp-Cisl, l'indennità di accompagnamento non risolve la condizione di fragilità ed esclusione in cui si trovano gli anziani non autosufficienti: "Bisogna chiedersi se una parte della spesa possa essere utilizzata diversamente"

ROMA - Le persone non autosufficienti sono un numero considerevole e le proiezioni da qui al 2050 descrivono un andamento in crescita. Le stime non sono concordi e variano da un minimo di 1 milione di persone certamente non autosufficienti, secondo parametri epidemiologici basati sui livelli di gravità della non autosufficienza, a poco meno di 3 milioni se, nella categoria di non autosufficienza, si includono anche situazioni di fragilità e di ridotta autonomia, tali però da non impedire una vita a casa propria. Sono alcuni dati contenuti nello studio "Politiche di contrasto alla povertà" realizzato dalla Fnp-Cisl, che sarà presentato nel corso del seminario "Meno assistenzialismo, più diritti e servizi alle persone" in programma oggi e domani a Roma. Secondo lo studio, per contrastare la povertà sono più efficaci i servizi, di prossimità, di sostegno alla domiciliarità, per strutture di accoglienza diurna che l'indennità di accompagnamento.
La questione tuttavia non riguarda l'accordo sui numeri, ma piuttosto sul fabbisogno di assistenza che i servizi di welfare sono chiamati a corrispondere per integrare le autonomie mancanti. Su questo il dibattito è aperto e fa leva sulla quantità di risposte sanitarie e sociali e, più in particolare, sul fabbisogno di finanziamento di tali risposte. L'assistenza a queste persone oggi si basa principalmente su due fonti di finanziamento: quella derivante dalle indennità di accompagnamento e quella derivante dalla spesa sociosanitaria per le persone non autosufficienti. Le stime della ragioneria generale dello stato in proposito sono utili per prefigurare possibili scenari di lotta alla povertà, in particolare a vantaggio di quanti, oltre che in condizione di non autosufficienza, sono privi dei mezzi economici per far fronte ai principali bisogni della vita quotidiana, aggravati dalla necessità di far fronte a spese connesse all'assistenza sanitaria non riconosciute nei livelli essenziali di assistenza.
L'entità della spesa per le indennità di accompagnamento è pressoché simile a quella della spesa per i servizi sanitari erogati in regime domiciliare, diurno o residenziale. La diversità tra le due fonti di spesa è sostanziale: la prima è gestita ed erogata nella forma di trasferimenti economici, mentre la seconda è trasformata in servizi di cura, riabilitazione e altre prestazioni finalizzate alla gestione dei problemi derivanti dalla condizione di non autosufficienza.
Il rendimento della prima è scarsamente approfondito, mentre quello della seconda è oggetto di studio e analisi sistematica, quantomeno in termini di capacità di cura e sostegno anche se non ancora in termini di efficacia dell'assistenza erogata.
Nel rapporto 2008 su povertà ed esclusione sociale in Italia (Caritas Italiana e Fondazione Zancan, 2008) questo problema era non solo sollevato, ma ad esso si accompagnavano ipotesi e proposte finalizzate al contrasto della povertà proprio per le persone non autosufficienti e anziane che, pur beneficiando di questi emolumenti, non vedono ridotta la condizione di povertà ed esclusione in cui vivono.
La spesa per indennità di accompagnamento al primo gennaio 2007 ammontava a 7.128 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 3.047 milioni in cui coesistono indennità e pensioni di invalidità per un totale di 10.175. L'indennità di accompagnamento è stata istituita dalla legge 11 febbraio 1980, n. 18. Si tratta di una provvidenza in favore degli invalidi civili totalmente inabili a causa di minorazioni fisiche o psichiche. L'importo per il 2008 dell'indennità di accompagnamento è di 465,09 euro per 12 mensilità.
Il termine «indennità di accompagnamento» nasce e ha trovato ragioni di essere in un contesto sociale in cui in mancanza di risposte la soluzione è stata trovata nell'erogazione di una somma che i destinatari avrebbero potuto utilizzare per compensare i danni, i disagi e i costi delle mancate risposte sociali, in termini di servizi e in termini di riduzione degli ostacoli «che impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Avrebbero cioè potuto utilizzarla per acquistare e/o sostenere il costo di servizi inesistenti nell'offerta pubblica di welfare. Pur volendo rimanere nell'ottica risarcitoria, da tempo, anche in giurisprudenza, si è consolidata la tendenza a offrire tutele in forma specifica, per garantire la realizzazione effettiva del diritto alle prestazioni, al posto di un equivalente in denaro.
Questa evoluzione giuridica è in parte sollecitata anche da studi dove si dimostra come i servizi siano più efficaci dei trasferimenti economici nel contrastare la povertà. Sotto questa luce diventa quasi naturale porsi la domanda se una parte della spesa per indennità di accompagnamento possa essere diversamente utilizzata, ad esempio per servizi a vantaggio naturalmente degli aventi diritto. In questo modo si potrebbe sperimentare un utilizzo più solidaristico di una parte degli attuali trasferimenti economici, trasformati in servizi ad accesso universalistico, con fruizione prioritaria e gratuita per quanti godono degli attuali trasferimenti.
(14 gennaio 2009)






