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Narrativa. Il mobbing? Può essere più dannoso di un virus

La scrittrice Michela Murgia autrice di "Alla pari", il racconto intelligente e provocatorio per la campagna dell'INAIL "Diritti senza rovesci": la storia di un brillante impiegato di banca capace di convivere con l'Aids ma ostacolato, in ogni modo, dal pregiudizio dei vertici e dei colleghi dell'azienda

Michela Murgia

ROMA - Il mobbing può fare più danni di un virus. Almeno sul posto di lavoro. Ne è convinta Michela Murgia, autrice per la campagna di comunicazione sociale dell'INAIL "Diritti senza rovesci", del racconto "Alla pari". Una storia di discriminazione che mette in luce un fenomeno complesso, e ancora non del tutto riconosciuto. Protagonista è un brillante impiegato di banca che mira a far carriera contando soltanto sulle proprie capacità. Stimato e apprezzato da tutti, vede, però, a poco a poco svanire il sogno di salire i gradini più alti dell'azienda quando si diffonde la notizia della sua malattia: l'Aids. E così il virus contagia anche le relazioni con i colleghi e i vertici della banca, fino a fare diventare lui stesso un corpo estraneo da espellere. Il protagonista sconta così il prezzo di aver voluto convivere normalmente con la malattia. Abbiamo incontrato l'autrice che ci racconta perché ha deciso di trattare un tema così complesso.

Michela, il tuo racconto si apre con una riflessione sul concetto di vittima: una parola forse abusata e che, spesso, rischia di perdere il suo significato reale. Alla fine, così, può succedere che una persona realmente segnata da un sopruso non si senta, o non si accorga, di essere una vittima...
"Faccio questa premessa perché c'è, in effetti, una sovraesposizione al concetto di vittima. E' anche vero, però, che questa categoria offre una "collocazione sociale" e, paradossalmente, dei diritti collegati a questa situazione e che spesso è comodo assumere. Essere vittima, infatti, può aiutare in alcuni contesti nel riconoscimento dell'abuso subito. L'aspetto più interessante della storia da cui ho tratto il racconto è che questo ragazzo ha rifiutato la categoria di vittima, proprio per cercare di giocarsela alla pari".

Il protagonista è un ragazzo sieropositivo che lavora in banca, e che decide di fare carriera normalmente...
"Esatto. Il suo principio base è: "Io ce la posso fare con le stesse armi degli altri, quello che ho non è un handicap, o almeno per me non lo sarà". Questa è una cosa splendida, che però può tagliar fuori da tutta una serie di commemorazioni legate allo status di vittima e anche ai riconoscimenti legali. Nel momento in cui ci si rifiuta di comportarsi da vittima,infatti, non si ha più diritto agli sconti sociali legati a questa condizione".

Nel racconto si crea quindi una distanza netta tra il corpo perfetto della struttura organizzativa - in questo la banca - e il corpo malato del protagonista della storia, che è visto come un virus che deve essere espulso. Proprio come la sua malattia.
"C'è un parallelismo forte tra il sistema immunitario del protagonista, che è fragile, e il sistema della banca, che invece è molto forte. E paradossalmente ciò che non lo ha ucciso - cioè la sua sieropositività - si rivela inferiore come problema, come handicap, rispetto a quello che gli viene inflitto dalla banca stessa. Allo stesso tempo c'è un parallelilismo forte tra il mobbing e l'Aids.

Tu definisci entrambe "malattie da contatto umano".
"Sì, perché il mobbing non ti viene da solo, te lo trasmettono, proprio come l'Hiv. Ma mentre questo ragazzo riesce a gestire la malattia come qualcosa di controllabile - e che gli permette di fare tutte le cose alla pari - il mobbing, di cui è vittima, diventa per lui una situazione molto più grave".

Nel racconto emerge come in entrambe le situazioni si venga a creare una sorta di vittimizzazione di "secondo livello", in cui la vittima si sente colpevole, e in un certo senso anche responsabile, di quanto gli è successo.
"Sì, infatti. Mentre ci può essere una cartella clinica per la sieropositività, il mobbing è molto più difficile da dimostrare. La Cgil ha smesso di fare cause per mobbing perché le sentenze erano tutte contrarie. E'difficile dimostrare che si hanno delle patologie legate al mobbing, perché le uniche persone che potrebbero testimoniare a tuo favore sono quelle che lo stanno esercitando si di te".

Perché tra le varie storie hai scelto di scrivere un racconto proprio su questo tema?
"Mi ha affascinato l'arroganza sana di questa persona nel dire "io rifiuterò di farmi commiserare". E' un atto di orgoglio autolesionista che costituisce, però, una testimonianza forte, in un periodo in cui tutti si lamentano di essere discriminati, di essere in una posizione in cui ci spetta qualcosa di più. Mentre lui non chiede altro che essere trattato come tutti gli altri. Questo mi ha affascinato subito. Poi ha influito anche il fatto che mi sono occupata di mobbing, a livello di ricerca,  mentre scrivevo la sceneggiatura del film "Tutta la vita davanti" insieme a Paolo Virzì. Ed era per me un mondo sconosciuto. Non riuscivo a capire come fosse possibile esercitare su qualcuno una pressione tale da farlo ammalare. Mi piaceva capire inoltre quali sono i meccanismi di identificazione con l'impresa che portano a non riconoscere quando l'azienda ti tratta da virus, da elemento pericoloso, che destabilizza il sistema. Per me è stato molto gratificante aver avuto la possibilità di scrivere una storia su una vicenda reale e forte come questa". (Eleonora Camilli)

(20 marzo 2009)

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