Se funziona abbastanza bene solo in quelle regioni dove esistono delle reti di sostegno che accompagnano le persone disabili - siano esse cooperative sociali o agenzie per il lavoro -, anche Emilia-Romagna e Lombardia iniziano a scricchiolare. Terza puntata dell'inchiesta di SuperAbile

BOLOGNA - Il fallimento del collocamento obbligatorio. Se per alcuni operatori funziona bene solo in quelle regioni dove esistono delle reti di sostegno che accompagnano l'inserimento lavorativo delle persone disabili - siano esse cooperative sociali o agenzie per il lavoro - per altri, invece, a volte è meglio "fai da te" (ma solo se il grado di disabilità è lieve). E poi c'è il problema della crisi economica che incombe e dei mancati controlli verso quelle aziende che non ottemperano gli obblighi di legge. Ma per quasi tutti gli "addetti ai lavori" i dati non controvertibili sono due: "la difficoltà oggettiva di trovare un impiego per le persone con disagio mentale o cognitivo" e il fatto che i Centri provinciali per l'impiego, per cui passa il collocamento delle persone disabili, "spesso siano dotati di servizi carenti o strumenti inadeguati", commenta Daniele Viola, responsabile dell'Agenzia mediazione lavoro dell'Anffas di Milano. Come dire: a dieci anni dalla legge per il diritto al lavoro delle persone disabili (la n. 68/99), quella che in sostanza ha trasformato il collocamento da obbligatorio (secondo quanto previsto dalla precedente normativa del ‘68) in mirato attraverso strumenti di inserimento personalizzato, non tutto fila liscio come l'olio. Tanto che dall'ultima indagine "Isfol Plus solo il 13% ha trovato un'occupazione attraverso i centri per l'impiego o i servizi pubblici.
Dipende da regione e regione
"Dipende da regione e regione - dice Viola -. Là dove il decentramento amministrativo funziona, e laddove funziona anche il sistema sussidiario delle reti, dalle cooperative sociali alle agenzie per il lavoro e dal coinvolgimento delle aziende ai progetti mirati, funziona anche la legge 68/99. Se invece le Province sono dotate di strumenti inadeguati o di servizi pubblici carenti, con l'assistente sociale che deve fare un po' di tutto, il discorso cambia". Un problema chiamato lavoro, dunque? Nonostante le politiche per le persone disabili e le opportunità esistenti (dall'obbligo di assunzione per le aziende con più di 15 dipendenti al collocamento mirato attraverso i centri provinciali per l'impiego, dalle convenzioni con le cooperative sociali di inserimento lavorativo all'intermediazione delle Ausl e dei servizi socio assistenziali, dalle agevolazioni per le imprese che assumono disabili ai contributi per l'abbattimento delle barriere architettoniche, fino ad arrivare al sistema della formazione professionale e ai 42 milioni di euro del Fondo nazionale per il diritto al lavoro dei disabili del 2008), le norme sull'inserimento lavorativo delle persone disabili non sembrano funzionare al meglio per via delle differenze territoriali.
Anche nelle regioni più virtuose non tutto fila liscio
In Emilia-Romagna, ad esempio, una delle regioni più "virtuose", le persone disabili disoccupate al 31 dicembre 2007 erano circa 11.000 e 9.500 i posti riservati "scoperti". In Lombardia, invece, la legge regionale n. 22/2006 sull'occupazione ha introdotto, per tutti, un nuovo modello di accreditamento dei servizi per l'impiego (Agenzie per il lavoro) che agiscono in concorrenza privato/pubblico sulla base di due concetti chiave: dote e centralità della persona. La dote rappresenta la quota economica che viene riconosciuta per gli interventi di formazione, accompagnamento e inserimento al lavoro, e che ogni persona può decidere dove spendere. "Ora fino al 2007-2008 la Regione Lombardia ha assegnato i fondi per lo sviluppo dei piani per l'inserimento al lavoro delle persone disabili alle singole province - dice Giovanni Merlo, direttore di Ledha, la Lega per i diritti delle persone con disabilità che gestisce lo Sportello disabili della Lombardia -. Nel nuovo sistema, invece, è ancora da chiarire quale sarà il futuro modello di intervento, col rischio di rendere più frammentato il sistema dei servizi e di tagliare fuori dal mercato del lavoro le persone con disabilità psichica o intellettiva perché non sempre la prima azione di accompagnamento risulta positiva. Anche di questo si deve tener presente nella definizione delle doti-lavoro". (michela trigari)
(18 febbraio 2009)














