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Dossier

Pensioni, diminuisce la copertura: "Previdenza integrativa, unica possibilità"

Rapporto sullo Stato sociale 2010. Si rivolgono alla previdenza privata il 26% dei lavoratori dipendenti del settore privato e il 20,7% tra tutti gli occupati

salvadanaio

ROMA - In Italia, anche se le riforme del sistema pensionistico ne hanno stabilizzato la spesa, diminuisce il grado di copertura mentre il ricorso alla previdenza integrativa privata sembra essere l'unica possibilità data ai lavoratori di aumentare la propria copertura pensionistica. E' il quadro sulle pensioni delineato dal Rapporto sullo Stato sociale 2010, presentato nei giorni scorsi presso la facoltà di Economia della Sapienza. Una ricerca edita da Academia Universa Press e curato da Felice Roberto Pizzuti, ordinario di Politica economica nella facoltà di economia presso la medesima università con la collaborazione del Centro ricerca interuniversitario sullo stato sociale. "In Italia - ha spiegato Pizzuti - la serie di riforme del sistema pensionistico avviate dal 1992 ha raggiunto l'obiettivo di stabilizzarne la spesa. Tuttavia è sensibilmente diminuito il grado di copertura, per cui un lavoratore dipendente a tempo indeterminato che nel 2035 andrà in pensione con 65 anni d'età e 35 di contributi, raggiungerà un tasso di sostituzione di circa il 58%, per un lavoratore parasubordinato nella stessa situazione, il tasso sarà del 43%". A questo, spiega il rapporto, in parte si risponde con la previdenza integrativa. Secondo Pizzuti, "attualmente il ricorso alla previdenza integrativa privata è l'unica possibilità data ai lavoratori di aumentare la copertura pensionistica. Il tasso di adesione alla previdenza integrativa è del 26% tra i lavoratori dipendenti del settore privato e del 20,7% tra tutti gli occupati. Non sono valori bassi, ma le aspettative del governo quando fu varato il semestre del silenzio-assenso erano che si arrivasse al 40%".

Tra gli argomenti trattati nel rapporto anche l'innalzamento dell'età pensionistica e i suoi possibili effetti boomerang sul mercato del lavoro. "Imporre l'aumento dell'età lavorativa - ha aggiunto Pizzuti - fa aumentare il numero potenziale degli attivi, ma non implica la capacità del sistema produttivo di occuparli. In presenza di un tasso di disoccupazione sostenuto e crescente, l'aumento forzoso dell'età di pensionamento ostacolerebbe ulteriormente l'entrata dei giovani nel mondo del lavoro. D'altra parte è significativo che negli ultimi anni i prepensionamenti abbiano ripreso a salire, a riprova delle difficoltà delle imprese di mantenere i livelli occupazionali".

Lo studio fa anche il punto sul rapporto tra i fondi e la crisi. Nel corso del 2008, spiega il rapporto, la crisi ha distrutto una enorme quantità di risparmio previdenziale gestito dai fondi pensione. Le loro perdite hanno raggiunto quote pari al 35% in Irlanda, al 24% degli Usa, al 18% in Olanda e al 14% in Gran Bretagna. In Italia, le perdite sono state pari al 6% nei fondi negoziali, al 14% nei fondi aperti e al 24% nelle polizze pensionistiche individuali. "Nell'esperienza italiana - ha spiegato Pizzuti - dei fondi di nuova istituzione, attivi dal 1999, il rendimento medio sia dei fondi chiusi sia di quelli aperti è stato superato sei anni su dieci dalla crescita del Pil e cinque anni su dieci dal rendimento del Tfr, mentre negli altri anni è successo il contrario". Infine, una riflessione sugli investimenti effettuati. "Solo l'1,4% dei contributi ricevuti dai fondi pensione viene investito in azioni di imprese italiane - ha detto Pizzuti -. La gran parte va all'estero cosicché uno sviluppo eccessivo dei fondi accrescerebbe corrispondentemente il trasferimento di risparmio nazionale a favore dei nostri concorrenti". (ga)

(12 novembre 2009)

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