BOLOGNA - Si riempiono d'acqua, per evitare di galleggiare, e poi, quando si ha finito di nuotare, si svuotano grazie alla presenza di forellini laterali. Sono le "protesi da bagno", quelle che consentono di andare al mare o in piscina. Ma a ciascuno sport il suo dispositivo. Atletica, sci, tennis, tiro con l'arco, equitazione, scherma, wind-surf, ciclismo, golf, free climbing: è proprio nel campo della protesica sportiva che la ricerca, la sperimentazione di nuovi materiali e di nuove tecnologie raggiunge forse il risultato più sorprendente e spettacolare.
Fibre di carbonio e di kevlar, leghe di titanio (utilizzate in genere nell'industria automobilistica e aerospaziale) hanno permesso di affrontare e risolvere i problemi legati alla costruzione di protesi che devono essere allo stesso tempo elastiche e resistenti, pronte a ricevere forti sollecitazioni come un salto o una corsa. "Non esistono componenti protesici standard", spiega Raimondo Lino, direttore del Centro di Vigoroso di Budrio. "Ogni dispositivo è unico e speciale, pensato appositamente per quella persona e per quello sport". E sono sempre più numerosi gli atleti alle Paralimpiadi che gareggiano con i presidi ortopedici realizzati dal Centro Protesi INAIL o che si rivolgono alla struttura in caso di gravissimi traumi. L'ultimo, purtroppo, è stato Julio Gonzalez, il giocatore paraguaiano del Vicenza a cui è stato amputato un braccio in seguito all'incidente stradale avvenuto lo scorso dicembre. (Michela Trigari)
(16 ottobre 2006)




