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L´eutanasia sui neonati? E´ il trionfo dell´efficientismo

Vinicio Albanesi
ROMA - La pietà cristiana contempla - nei casi di neonati con gravissima disabilità - anche l'eutanasia: la sorprendente posizione della Chiesa anglicana, che con il reverendo Tom Butler (vescovo di Southwark) si è pronunciata per la prima volta in modo possibilista sul tema, riapre la discussione non solo oltremanica, ma anche nel nostro paese. "In alcune circostanze" - ha detto il rappresentante della chiesa d'Inghilterra - può essere giusto fermare o togliere una cura, sapendo che è possibile, probabile o anche certo che ciò provocherà la morte". Un argomento al quale se ne aggiunge un altro, legato all'ingente "spreco" di risorse economiche, che secondo alcuni sarebbero meglio utilizzate se dirottate sulla cura dei bambini per i quali è ancora possibile ottenere buoni risultati. Abbiamo sentito sull´argomento l´opinione di don Vinicio Albanesi, presidente della comunità di Capodarco 

Don Albanesi, la Chiesa anglicana apre all'eutanasia sui neonati: quale la prima reazione?
La reazione non può che essere una sola: nel momento in cui si mette in discussione il principio, tutto ciò che su di esso si basa crolla miseramente. Sopprimere i neonati venuti alla luce troppo presto e segnati per questo da profondi handicap significa cedere alla logica di sempre, quella del forte che sopprime il debole. Tanto più quando questo è giustificato, come in questo caso, non solo da una presunta "compassione", ma anche da motivazioni più strettamente economiche, dovute alle gestione e alla razionalizzazione delle spese sanitarie. E' il trionfo dell'efficientismo, di un efficientismo che non si cura della singola persona, ma ragiona solo globalmente. Questa è una situazione paradossale, tanto più in un tempo come questo, nel quale la tendenza è quella alla riscoperta dei ritmi naturali. In tantissimi aspetti della vita quotidiana cerchiamo di tornare alle origini: tuteliamo il cibo biologico, ci impegniamo per la conservazione delle risorse naturali e solo quando si tratta della vita e della morte, dell'esistenza stessa delle persone, ci immergiamo in un contesto fatto solo di freddi calcoli e di fredde cifre. Naturalità ed efficientismo si alternano, creando una contraddizione che sui temi della sofferenza e della morte si fa palese.

Quale il motivo di questa contraddizione?
Ogni condizione di vita ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, ed è la cultura a rendere gli uni più rilevanti degli altri. La condizione dell'anziano ha il pregio di essere immersa nella saggezza e nell'esperienza, ma ha quella negativa di non poter più conferire un apporto significativo sotto il punto di vista della efficienza sociale. E' l'approccio che utilizziamo a determinare la prevalenza di una o dell'altra visione: nei confronti dei malati e dei sofferenti, e anche dei neonati senza speranze, oggi sta avanzando la tentazione di considerarli in tutta la loro marginalità. E in quanto marginali, essi possono essere soppressi.

E' un rifiuto della diversità?
E' l'essenza di questo rifiuto, che deriva esclusivamente da schemi culturali. La scelta di fondo è sempre la stessa, oggi resa ancor più minacciosa dalla volontà di stabilire regole chiare, anche da un punto di vista legislativo. Occorre invece affermare che non si può e non si deve legiferare su ogni aspetto della vita e della morte, ma soprattutto - se lo si fa - non si deve legiferare alle condizioni dei più forti. Una normativa che assorba le indicazioni date dalla Chiesa anglicana significherebbe consegnare la vita dei più deboli nelle mani dei più forti. Il rifiuto di questo prospettiva non può che essere netto. (Stefano Caredda)

(13 novembre 2006)