Novembre 2018

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si 17 anni e un ritardo mentale dalla nascita», «Il mio handicap condiziona la mia vita sessuale perché mi blocca molto nell’intraprendenza, ma ho anche paura dell’Aids». Sono solo alcuni dei quesiti raccolti attraverso i canali del progetto e trasferiti nella pubblicazione, insieme alle relative risposte.

«Le domande non sono legate in senso stretto alla disabilità, ma alla sessualità vera e propria», spiega Serena Grasso. Ventotto anni, una laurea specialistica in Scienze politiche, convive dalla nascita con la tetraparesi spastica. È una dei quattro giovani peer educator coinvolti in “AbbattiTabù”. Accanto a lei, altri due coetanei laureati in Lettere e Giurisprudenza e uno studente in Scienze politiche. «Le risposte da dare ai ragazzi vengono elaborate da noi peer educator sempre in raccordo con il team di consulenti Asl – sottolinea Grasso –, modulandole di volta in volta in base alla tipologia del quesito. I problemi continuano a essere quelli legati a una mentalità ancora troppo ristretta, molto spesso nell’ambito delle famiglie, che dovrebbe invece consentire di avere pari opportunità anche nella sessualità, offrire luoghi adeguati per incontrarsi e conoscersi. Non spazi ad hoc, ma quelli già presenti per tutti gli altri».

La pubblicazione realizzata, Amore, sesso e disabilità non sono più tabù, è stata distribuita in una ventina di istituti superiori della provincia di Lecce che finora hanno aderito al progetto, dove l’intero team ha svolto incontri – sia informativi che formativi – per parlare con gli studenti delle classi quarte e quinte, ma anche con insegnanti e genitori. Nei prossimi mesi il calendario di incontri proseguirà, per poi allargare il contesto anche agli operatori dei centri socioeducativi e riabilitativi degli ambiti sociali del territorio, e ai familiari interessati.

«Il solo fatto di trovarsi tra le mani il libro pubblicato fa accendere una curiosità, la speranza di trovare una risposta, sentirsi accolti e capiti, riuscire a vedere le stesse difficoltà in un’ottica diversa – precisa Vergari –. Parlare del problema rappresenta un inizio, per scalfire quella barriera di silenzio e solitudine che rappresenta l’ostacolo di fondo. Poi le criticità variano a seconda della storia personale, se la disabilità è presente dalla nascita oppure no, se si tratta di traumi midollari, se si è donne, con il pensiero della propria femminilità e del desiderio di diventare genitori».

In molti casi, però, i problemi partono dalle stesse famiglie. «La ferita di un figlio disabile tende ad annullare l’identità di genere, come se ci trovassimo davanti a persone asessuate – afferma ancora Vergari –. Ci si occupa del diritto allo studio, di quello al lavoro, ma i temi legati all’affettività portano ancora con sé qualcosa di “strano”, nonostante si cominci a parlare di promozione di un vero e proprio diritto alla sessualità, per migliorare la qualità della vita di tutti». Una vita, con tutto quello che implica: «A 28 anni anch’io ho voglia di andare a un concerto – sottolinea Grasso –, di uscire con gli amici in birreria, avere occasioni per un’amicizia, crearmi una storia. Come peer educator, io e gli altri ragazzi abbiamo deciso di metterci la faccia, per far capire una volta per tutte questo: non conta la disabilità ma solo la persona. Non vogliamo essere un mondo a parte, siamo solo parte del mondo».

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