Novembre 2018

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corgesse. E ora i nostri atleti, specie quelli più in vista, hanno una grande responsabilità: quella di trasmettere il messaggio che il movimento paralimpico è una grande famiglia unita dal comune denominatore della sofferenza attraverso cui siamo tutti passati. Ciascuno di noi ha vissuto l’esperienza della sofferenza e il suo superamento attraverso lo sport, che ha rappresentato un elemento di esplosione in termini di speranza, di riscatto e di riappropriazione della vita. Per questo la comunità paralimpica ha una grande responsabilità: far crescere un movimento in grado di aiutare tanti giovani che potrebbero avvicinarsi, ma ancora non si sono avvicinati, allo sport».

Così a poco a poco la disabilità impressa sul corpo degli atleti ha cominciato a cambiare di segno: non più il marchio della «sfiga» scolpito su esistenze disgraziate a cui faceva riferimento ancora nel 2012 Paolo Villaggio, ma la rappresentazione plastica dell’imperfezione che contraddistingue la specie umana e il suo superamento grazie alla altrettanto umana capacità di compensazione. In un intervento sul Corriere della sera alla vigilia dei Giochi di Londra, lo scrittore Antonio Pascale ha utilizzato la figura dell’eroe inabile per spiegare il fascino esercitato su scala sempre più vasta dagli atleti paralimpici. In particolare Pascale fa riferimento al Filottete di Sofocle. Nella tragedia l’eroe sfortunato, ma dotato di una mira infallibile e di un arco magico donatogli da Apollo, viene abbandonato da Odisseo sull’isola di Lemno per via di una ferita infetta e puzzolente che gli ha provocato il morso di una vipera. Quando però dieci anni dopo un oracolo svelerà ai greci che senza quell’arco Troia non cadrà mai, Odisseo decide di andare a prendere Filottete e si fa accompagnare dal giovane Neottolemo, l’ultimo dei figli di Achille. Ma Odisseo chiede a Neottolemo di rubare l’arco, lasciando l’arciere sull’isola. Il giovane però resta affascinato dalla figura di questo eroe ferito, che continua a cadere e rialzarsi con infinita dignità. E comprende come la forza dell’arco e il dolore della ferita siano indissolubilmente legati, e che se si vuol prendere l’una bisogna prendere anche l’altro.

Se Pascale tira in ballo la figura dell’eroe tragico, segnato dal dolore quanto dal carisma, già da prima il resto del mondo non si è fatto scrupoli a usare l’immagine del supereroe. Pistorius era stato ribattezzato Blade Runner e già in occasione di Londra 2012 il canale inglese Channel 4 aveva preparato uno spot intitolato Meet the superhumans (Incontra i superuomini). Nel tempo, però, lo stesso Comitato paralimpico internazionale (Ipc) ha provato a contrastare l’utilizzo del cosiddetto “superomismo” come griglia di lettura prevalente del movimento e dei suoi rappresentanti. «Nonostante nel mondo dell’atletica fosse chiaro da un pezzo che le protesi degli atleti bi-amputati dovessero avere una lunghezza tale da permettere il raggiungimento dell’altezza che l’atleta, con entrambi gli arti, avrebbe conseguito in

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Daniele Cassioli
Il vento contro
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