Novembre 2018

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vamo quattro sfigati. Più che uno stadio era una pista di atletica e a dare peso alla manifestazione c’era solo Lady Diana, per il resto non ci saranno stati più di 200 spettatori in tutto». Erano ancora i tempi in cui le rare notizie sulle competizioni degli atleti con disabilità finivano in cronaca e i giornalisti, incapaci di misurare il valore reale della prestazione atletica, nascondevano la pietà dietro la falsa ammirazione. «Mi ricordo», dice Pancalli, che ha cominciato la sua avventura di nuotatore paralimpico dopo una caduta da cavallo nel corso di una gara di pentathlon all’età di 17 anni, «quando i principali detrattori della nostra attività erano proprio i giornalisti, che definivano le nostre come le Olimpiadi del cuore e del coraggio».

L’ultimo a fare riferimento al Libro Cuore di deamicisiana memoria, almeno pubblicamente, è stato appunto Paolo Villaggio. Nel 2012 il padre degli indimenticabili Fracchia e Fantozzi era anziano, malato e incapace di comprendere la forza di un cambiamento senza ritorno. Probabilmente su quegli stessi atleti di cui non riusciva a comprendere le potenzialità del gesto sportivo proiettava la sua stessa sofferenza: «Non fa ridere una partita di pallacanestro con gente seduta in sedia a rotelle: io non le guardo, mi fa tristezza, poi nelle mie condizioni so cosa vuol dire arrancare così», dichiarò il 30 agosto 2012 a una nota trasmissione radiofonica a proposito delle Paralimpiadi appena iniziate. Quello di cui Villaggio non si era accorto era che negli ultimi anni l’idea di sport e disabilità si era completamente ribaltata. Da quando sulla scena pubblica era comparso Oscar Pistorius nulla poteva essere più come in precedenza. Dopo la prima apparizione e le prime vittorie sui 100 e i 200 metri ai Giochi di Atene 2004, a soli 17 anni, il velocista sudafricano non si era più fermato. Erano la sua spontaneità e la determinazione con cui sfidava il mondo degli abili a conquistare la simpatia incondizionata dell’opinione pubblica mondiale. A partire dalla battaglia per l’ammissione alle Olimpiadi di Pechino 2008 fino all’effettiva partecipazione ai Giochi olimpici di Londra 2012 contestualmente a quelli paralimpici, la gente ha fatto il tifo per lui, diffidando del presunto vantaggio che le famose protesi in fibra di carbonio gli avrebbero dato sugli atleti cosiddetti normodotati. E quando, il 14 febbraio del 2013, la leggenda di Pistorius si infranse definitivamente per aver sparato alla fidanzata Reeva, il dado era ormai tratto: nuovi atleti con disabilità si affacciavano sulla scena pubblica, tra cui molti campioni italiani destinati a farsi largo sul palcoscenico nazionale e internazionale.

«Oggi finalmente si parla in primo luogo di atleti», sottolinea Pancalli. «Poi si aggiunge l’aggettivo paralimpico, che indica la presenza di una disabilità. Ma si tratta di una declinazione in positivo, che aggiunge e non toglie dignità alla figura dell’atleta. Tutto questo è accaduto anche per merito del Cip che, un piccolo passo dopo l’altro, è riuscito a trasformare il mondo senza che nessuno se ne ac-

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