Novembre 2018

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L’INCHIESTA Miti d’oggi

Beblade: super poteri per prendersi cura

In una una città senza nome, dove cacciatori e prede sono impegnati in una sfida all’ultimo sangue, Beblade cerca di rompere le regole, aiutando i più deboli. S’intitola Beblade. Bebe Vio e la sua squadra, il volume di Pierdomenico Baccalario (Il battello a vapore - Piemme) ispirato alla campionessa del fioretto e ai ragazzi dell’associazione Art4sport.

Come è nata l’idea di questo libro?
L’idea è nata due anni fa al Cartino, la casa di Acqui Terme dove ogni anno il mio gruppo di scrittori e illustratori si riunisce per una due giorni di progetti e chiacchiere sul futuro. Quell’anno era invitata l’editor de Il battello a vapore Chiara Fiengo, che ci ha ascoltato immaginare nuovi libri e nuovi romanzi. Uno di questi partiva proprio dall’idea di romanzare uno di quei campioni paralimpici che, a partire dalle Olimpiadi di Londra, sono prepotentemente entrati nell’immaginario mainstream non come atleti di serie B, ma come gli atleti del futuro, i primi a sperimentare su se stessi quella tecnologia che, poi, sarebbe magari diventata parte delle vite di tutti gli altri. Anziché mancanti o amputati, collegamento vivente tra le istanze della fantascienza e la forza di volontà dell’uomo comune, le donne e gli uomini delle Paralimpiadi ci parvero eroi perfetti per una storia per ragazzi. Fu quindi un autore del gruppo, Mirco Zilio, a fare per la prima volta il nome di Bebe, che io allora non conoscevo. E fu lui, poi, a sobbarcarsi l’incredibile compito di sentire Ruggero (il papà di Bebe).

Perché ha scelto di trasformare Bebe in una supereroina?
Bebe è già una supereroina. Io l’ho solo spostata in un non luogo e in un non tempo dove la sua biografia reale avrebbe interferito con la storia, che è una storia dove l’essere supereroi è, soprattutto, sapersi prendere cura degli altri, di tutti. Di non lasciare nessuno indietro e di restare lì, tutti insieme, fino al momento giusto. Più che un personaggio dei fumetti o del cinema che ai fumetti ora attinge, la Bebe del romanzo pensa e ragiona come Shackleton, l’esploratore che riuscì nell’incredibile impresa di riportare tutti i suoi marinai a casa, dopo un terribile naufragio.

Come mai ha deciso di ambientare la storia in una sorta di videogioco reale dove l’umanità è divisa tra cacciatori e prede?
Non è l’umanità a essere divisa, ma quelli che vengono scelti per partecipare a questo passatempo. C’è qualcuno che va in giro per le metropoli dove generazioni di ragazzi si annoiano e si sfidano in popolarità sui social, per proporre loro qualcosa di più vero, per assurdo. Un luogo dove la caccia è reale, che ho disegnato a metà tra la Laguna di Venezia (dove è nata Bebe) e la città abbandonata di Priyapat (quella di Chernobyl). Nelle mie intenzioni, era una caccia vera e propria, non un videogioco. Abbiamo davvero perduto il nostro passato da cacciatori, a forza di vivere in città?

Qual è il messaggio per i ragazzi che leggeranno il libro?
È quello di Mia, alla fine del libro. Quello che impara, la protagonista, lo impara da Bebe e dai Funamboli. Il messaggio che la vita è sempre una corda sospesa nel vuoto, una lama su cui correre (Blade Runner), e che non serve a nulla rischiare per il gusto di sentire il vuoto, o di ferirsi sulla lama. Ciò che importa è non stare in equilibrio da soli, non correre senza nessuno davanti, e nessuno dietro. [A.P.]

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gnato il momento a partire dal quale le competizioni olimpiche e paralimpiche si sono svolte negli stessi impianti sportivi, Londra 2012 per l’eco mediatica e il cambiamento dell’immagine della disabilità che ne è seguito».

D’altra parte, che le cose fossero cambiate radicalmente lo aveva già annunciato l’astrofisico inglese Stephen Hawking quando, nel discorso tenuto in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi londinesi, aveva detto in mondovisione che le Paralimpiadi avrebbero modificato la nostra percezione del mondo, e non solo quella dello sport praticato dagli atleti con disabilità. «Hawking aveva compreso prima degli altri ciò che sarebbe accaduto», commenta Arrigoni. «Il cambiamento di percezione ha permesso agli atleti paralimpici non solo di essere considerati alla stregua degli atleti olimpici, ma qualcosa di più. A Londra i più applauditi sono stati Bolt e Pistorius, eppure Bolt è il più grande velocista del mondo, mentre Pistorius è solo il decimo 400metrista a livello mondiale».

A Londra, dunque, una cosa fu chiara: l’esperienza di Pistorius aveva fatto scuola, era finita l’era delle “garette” per pochi spettatori e le parole di Paolo Villaggio che proprio quella stessa estate, a Giochi appena iniziati, aveva definito le Paralimpiadi come una triste esaltazione della disgrazia, suonavano non solo fuori luogo, ma come un residuo culturale di un’epoca ormai definitivamente superata della storia dello sport e dell’umanità in generale. Nel 1984, l’ultima edizione dei Giochi prima di Seul, le Paralimpiadi si erano tenute a Stoke Mandeville, la stessa cittadina dove 36 anni prima il neurologo tedesco Sir Ludwig Guttmann aveva dato vita a un programma di riabilitazione basato sullo sport per curare le ferite del corpo e dell’anima dei reduci mielolesi della seconda guerra mondiale. «Quell’anno i Giochi paralimpici dovevano tenersi a Los Angeles come quelli olimpici, ma all’ultimo momento gli americani dissero no», racconta Luca Pancalli, l’atleta paralimpico più medagliato della storia e successivamente presidente del Comitato italiano paralimpico (Cip), ruolo che ricopre ininterrottamente da 13 anni. «Quando siamo entrati nello stadio del centro di riabilitazione di Stoke Mandeville era-

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