Maggio 2018

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L’INCHIESTA Quattro ruote

Tutti al volante. Per una mobilità democratica

Tra patenti speciali e veicoli adattati, il cammino dell’autonomia passa attraverso intuizioni, battaglie e conquiste: ecco com’è cambiato lo scenario degli automobilisti disabili dagli anni Sessanta a oggi

Giovanni Augello

È uno dei traguardi più ambiti dagli adolescenti. È il simbolo della maggiore età, la concretizzazione dell’autonomia. La patente di guida è qualcosa di più di una tessera rosa. E per tutti i neopatentati festeggiare è d’obbligo. Ma chi si aspetterebbe di ricevere oltre 25mila like, più di 1.500 commenti e quasi 200 condivisioni pubblicando un selfie con la propria patente appena conseguita su Facebook? È successo a Beatrice Vio, campionessa paralimpica di fioretto individuale, ormai un volto noto anche a chi non segue lo sport. «Sono super felice di poter sfrecciare per le strade – scrive nel suo post –. Questa patente la dedico a tutte le persone che mi prendevano in giro per le bocciature alla teoria...».

Sebbene ancora oggi per chi ha una disabilità possa sembrare una conquista, le patenti speciali hanno una lunga storia, raccontata da un’altra foto, stavolta in bianco e nero. Non c’erano smartphone e social network. Internet era a dir poco inimmaginabile. Le fotografie si stampavano e avevano il classico bordino bianco. Stiamo parlando degli anni Sessanta e di uno scatto diventato famoso quasi quanto il selfie di Bebe Vio. A bordo della sua Cinquecento bianca sorride Gabriella Bertini, la prima donna italiana paraplegica a guidare un’automobile. All’epoca aveva 25 anni e comprò la sua prima auto contro il parere dei suoi familiari. È stato uno dei primi veicoli adattati con comandi manuali. Da allora di strada ne è stata fatta parecchia e se, oggi, Bebe Vio può “sfrecciare”

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