Agosto 2017

Visualizza la pagina 56 di SuperAbile Inail di Agosto 2017 in formato .pdf

Usa i tasti direzionali avanti e indietro della tastiera per sfogliare la rivista

Scarica la pagina in formato .pdf

Scarica l'intera rivista in formato .pdf

Scarica Adobe Reader per visualizzare le pagine in formato .pdf

MULTIMEDIA

Le lacrime silenziose delle donne

«Se non raccontiamo le storie, non abbiamo voce. Se le storie non vengono ascoltate, siamo invisibili. È ancora più difficile, quando le storie sono difficili da ascoltare e impossibili da immaginare», scriveva nel 2015 la fotografa australiana Belinda Mason, illustrando il suo ambizioso progetto "Silent Tears". Le lacrime mute sono quelle delle donne disabili vittime di violenza o delle donne che sono diventate disabili a causa di una violenza. Quelle stesse lacrime che oggi sono al centro di un’esposizione multimediale, tuttora in corso, sapientemente costruita per raccontare il dolore non solo delle donne disabili, ma di tutte le donne: perché la violenza contro il genere femminile riguarda ognuna e non conosce etichette.

Con l’aiuto di alcuni artisti emergenti (tra cui due donne), a loro volta segnati da una disabilità, Mason ha raccolto le testimonianze di 25 donne, provenienti da 20 Paesi e cinque continenti diversi: storie che parlano di botte, sterilizzazioni forzate, mutilazioni genitali, abbandono e abusi sessuali. E la cosa peggiore è che quelle violenze, raccontate dalla voce diretta delle vittime, sono state perpetrate tra le mura domestiche o all’interno delle strutture dove quelle stesse donne avrebbero dovuto trovare cura e conforto.

Alla base del progetto, promosso dall’Australian Council for the Arts, c’è l’idea che dare voce alla propria esperienza costituisca di per sé il primo passo verso la guarigione. Ma c’è anche il timore che la rappresentazione della violenza possa svuotare di senso l’esperienza vissuta. Di qui lo sforzo di restituire al pubblico quel mix di quotidianità e orrore, che pervade ogni singola storia e la somma di ognuna di esse.

Nello specifico, il pubblico incontrerà prima le biografie e le fotografie documentarie in bianco e nero, che mostrano la vita quotidiana di ogni donna, accompagnate dal suono inquietante dell’acqua e delle campane. Poi, si imbatterà in una serie di immagini sospese, stampate su materiali trasparenti, che ritraggono le lacrime mute delle vittime. E, infine, troverà un’installazione video multischermo, in cui le donne mischiano le loro voci con i suoni dell’acqua e delle campane. Un rumore di fondo che rischia di rimanere inascoltato, se lo spettatore non deciderà di prestargli attenzione, rinunciando al desiderio di fuggire da ciò che è difficile ascoltare e quasi impossibile immaginare.

Come la voce di Jane, che si fa strada tra i suoni confusi, per raccontare la sua infanzia in un istituto, più simile a un carcere che a una casa. Abusata dall’età di sei anni, Jane ha sperimentato violenze sessuali e psicologiche all’interno della struttura in cui viveva e, una volta fuori, le ha ritrovate in una relazione sentimentale durata la bellezza di 16 anni. Fino alla liberazione e alla sensazione, bellissima, di sentirsi «libera come un uccello». Quella stessa sensazione che, probabilmente, le ha dato la forza di raccontare le sue pene. [A.P.]

Promossa dall’Australian Council for the Arts, la mostra multimediale Silent Tears racconta le donne disabili vittime di violenza e le donne divenute disabili a causa di violenza. Dopo aver esordito in Australia due anni fa, la mostra è stata presentata a Ginevra, Berlino e, dal 15 al 20 luglio, due foto e un video sono stati esposti a Venezia.

Al tema della violenza contro le donne disabili il magazine SuperAbile Inail ha dedicato un’inchiesta lo scorso marzo.

57