Agosto 2017

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LIBRI

Sopravvivere all’Olocausto e combattere con la polio

Joan London
L’età d’oro
e/o 2017
256 pagine, 17 euro

Golden Age era il nome di un sanatorio pediatrico per la riabilitazione dai postumi della poliomielite, realmente esistito tra il 1949 e il 1959 a Leederville, in Australia Occidentale. «Tuttavia nessun personaggio del romanzo presenta somiglianze intenzionali con i dipendenti della struttura, i pazienti e le loro famiglie», premette Joan London, autrice del volume L’età d’oro , pubblicato da e/o. Un best-seller internazionale, scritto da una libraia che ha all’attivo altri due romanzi e due raccolte di racconti. Vincitore di tutti i premi più importanti in patria, il libro racconta la storia della famiglia Gold, sopravvissuta all’Olocausto in Ungheria, che ha deciso di emigrare in Australia. Ma dopo l’arrivo, i sogni di felicità sembrano evaporare come aria di fronte alla malattia del figlio adolescente, Frank. La diagnosi dei medici è perentoria e inoppugnabile: si tratta di poliomelite.

Però nel sanatorio, chiamato appunto "The Golden Age" (il titolo del volume), la vita del ragazzo non è affatto finita. Segno che anche in un luogo in apparenza triste, con le speranze ridotte al lumicino per molti pazienti, può sempre accendersi una scintilla di novità, un fuoco che dia motore al futuro. E poi c’è l’assonanza fra il cognome di Frank e il nome della struttura: sempre di oro si tratta, di qualcosa di prezioso e splendente che non può non promettere qualcosa di buono, di positivo. Del resto quel nome, «ereditato dal passato poteva forse essere considerato da alcuni privo di tatto, perfino dotato di una crudele ironia. Quei bambini soffrivano di menomazioni tremende per la loro tenera età». Eppure, «quello era un posto allegro. I bambini non erano più malati, ma avevano bisogno di aiuto per reinserirsi nel mondo». Lì i giovanissimi pazienti «non rappresentavano una preoccupazione, o un fardello che spingeva le madri a sospirare per la stanchezza».

Il ragazzo quasi tredicenne incontra una coetanea, Elsa Briggs, dodici anni e mezzo, e se ne innamora. La mamma di Frank, Ida, pianista famosa quando viveva in Ungheria, rifiuta di accettare l’idea che la sua nuova casa sia in questo continente lontano e semidesertico. Mentre la madre di Elsa fatica a reggere il colpo della polio della figlia. Tuttavia la luminosità che scaturisce dal rapporto amoroso tra i due ragazzini rischiarerà di nuova luce le vite di tutti. Perché è un sentimento puro, intenso e pieno d’incanto, capace di riconciliare con se stessi e con i problemi che la vita presenta. Del resto, cosa potrà mai essere la poliomielite di fronte al pericolo scampato dello sterminio sistematico messo in atto dai nazisti? «Gli piaceva guardarle il viso mentre dormiva. Anche quando aveva la testa sepolta nel cuscino, la vista di quella folta treccia castano dorata gli infondeva speranza»: così gli occhi di Frank spiano Elsa nella camerata femminile. Non solo: «La polio gli aveva portato via le gambe, ma gli aveva dato una vocazione: era un poeta». [Laura Badaracchi]

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