Agosto 2017

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soli, magari in un appartamento messo a disposizione dalla famiglia sotto la supervisione della cooperativa, ma l’obiettivo è quello. La nostra attività, inoltre, consiste anche nel supportare i genitori, perché anche loro soffrono il distacco dai figli e sono titubanti nel lasciarli andare: la mentalità della vita indipendente delle persone con disabilità va inculcata perfino a chi quotidianamente si prende cura di loro». Attualmente Vite vere Dadi vede coinvolti nei suoi progetti di autonomia abitativa autofinanziati 75 ragazzi Down del padovano, a rotazione, suddivisi in piccoli gruppi. Segno che c’è molta richiesta, «anche da parte delle famiglie dei giovani con disabilità intellettiva, tanto che ci stiamo attrezzando ad allestire un nuovo spazio».

Questioni di accessibilità e non solo. Un monolocale pieno di libri, l’apparecchio per fare la tens, un gatto libero di scorrazzare per il grande giardino comune o di curiosare vicino al barbecue. Elena, 52 anni, malata di sclerosi multipla, vive sotto le Due Torri in quello che è il "Condominio partecipato". Otto appartamenti senza barriere tutti al piano terra, con il portierato sociale e la presenza per qualche ora a settimana di un operatore, in cui abitano dieci persone disabili grazie a una sinergia tra Acer (l’Azienda casa dell’Emilia-Romagna che gestisce l’edilizia residenziale pubblica), Comune, Ausl e Aias (Associazione italiana assistenza spastici) di Bologna.

«Sono arrivata qui un anno e mezzo fa. Prima stavo al Vis-Vita indipendente e solidale (un complesso di 27 alloggi di transizione gestiti dalla cooperativa Società Dolce e suddivisi al 50% tra disabilità e disagio economico sociale, ndr ) e prima ancora pagavo un normalissimo affitto in un normalissimo appartamento. Poi però sono stata costretta a smettere di lavorare per problemi di salute ? facevo l’operatrice socio sanitaria ?, e così i soldi sono diventati insufficienti per la casa in cui vivevo», racconta Elena. «Ma qui mi trovo proprio bene», aggiunge.

Di fianco a lei abita Marco, 59 anni, in carrozzina, ex impiegato dell’Ausl con la passione per la scrittura (quest’anno è arrivato secondo al premio Pontiggia, nella sezione Poesia). «La libertà a volte sognata, non realizzata in gioventù, ora mi fa fare una risata e non ci penso più. Io risveglio il mio spirito arguto e un po’ monello per annunciare che essere diverso è bello», recitano le sue righe di presentazione al concorso letterario. Anche lui passato per il Vis, ora vive con il suo assistente personale Gigi: Bad e Bad, come si chiamano a vicenda. «Sono tre anni e mezzo che sperimento l’autonomia. Prima stavo con i miei genitori, che però sono invecchiati; inoltre volevo vedere come me la cavavo per conto mio. Per me la vita indipendente parte dalla capacità di saper instaurare delle relazioni significative con chi mi assiste: se non è proprio amicizia, ci va molto vicino. La prima cosa che ho detto a Gigi è stata: "Guarda che questo è qualcosa di più di un lavoro". Pare averla presa bene».

Il tema dell’accessibilità, della sostenibilità economica e dell’assistenza personale sono cruciali nella scelta di abbandonare la famiglia di origine. Lo sanno bene anche a "Casa Cenni", una realtà di housing sociale nata nel 2014 (sulla scia dell’esperienza di "Casa Lulù"), voluta e gestita dall’associazione Genitori Fondazione Don Gnocchi di Milano in collaborazione con la fondazione stessa, con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Fondazione Cariplo. Un appartamento di 135 metri quadri con il sollevatore a motore attaccato al soffitto e un binario che va dalle camere da letto al soggiorno, abitato da tre coinquilini con disabilità psicomotorie ? Massimo, Franco e Cristina, due dei quali frequentanti uno dei centri diurni per disabili a marchio Don Gnocchi ? accompagnati nella loro quotidianità da due assistenti familiari che si preoccupano del riassetto della casa, dell’igie-

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