Luglio 2017

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L’INCHIESTA Beni confiscati

Semi di convivenza nelle terre dei boss

Dal Nord al Sud dello Stivale tante le esperienze di centri di aggregazione, sportelli di inserimento professionale, laboratori culturali dedicati alle persone con disabilità. E un unico messaggio: le ex proprietà della criminalità organizzata possono essere davvero restituite alla collettività. Diventando simboli di riscatto e, soprattutto, beni comuni, a servizio degli individui più fragili

Giovanni Augello, Stefano Caredda, Dario Paladini

Fanno rivivere terreni incolti, fabbricati, a volte intere ville o appartamenti confiscati alle mafie e, attraverso il loro impegno, li riportano al servizio dell’intera comunità. Sono le tante organizzazioni del terzo settore a cui da oltre 20 anni a questa parte vengono affidati i beni immobili sottratti alla criminalità organizzata. Ed è così che sui territori trovano casa tanti progetti di agricoltura sociale e di reinserimento di persone svantaggiate, attività culturali, centri sportivi o di aggregazione, perfino di accoglienza dei migranti. Sono passati ormai 21 anni dall’entrata in vigore della legge 109 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati ed è possibile, ormai, raccogliere i suoi frutti in tutta Italia, da Nord a Sud. Secondo l’associazione antimafia Libera, al 2016 si contavano più di 500 realtà del terzo settore a cui è stata affidata la gestione di un bene confiscato, ma il numero è in aumento.

«Le realtà a cui possono essere affidati i beni confiscati ? spiega Tatiana Giannone di Libera ? sono le onlus (associazioni senza scopo di lucro) e le cooperative sociali di tipo B che prevedono il reinserimento di persone svantaggiate. In alcuni casi ci sono anche delle associazioni temporanee di scopo che coinvolgono fondazioni o consorzi di cooperative, ma bisogna sempre rispettare quella che è la definizione italiana di associazione di volontariato e di cooperativa sociale di tipo B».

Per le associazioni e le cooperative, la gestione di un bene è un’opportunità spesso unica per poter realizzare le proprie attività o avviare progetti specifici. Tuttavia, a oggi, nonostante i 21 anni della legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati, l’iter che toglie questi beni dalle mani della criminalità per ridarli alla società è ancora complesso: il primo passo è il sequestro, poi c’è la confisca di primo grado, non ancora definitiva. In questo caso è l’amministratore giudiziario a occuparsene, nominato dal tribunale contestualmente al provvedimento di sequestro. Successivamente, a confisca definitiva, il bene passa all’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafie, l’ente nazionale che provvede all’amministrazione e alla destinazione dei beni.

Infine, laddove è possibile, l’immobile viene destinato ai Comuni che possono optare per l’apertura di bandi per il terzo settore. «L’iter è complicato ? dice Giannone ? e ogni passaggio

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