Marzo 2017

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SPORT Correre, correre, correre

La scommessa di Farhan Hadafo

Nato a Mogadiscio e cresciuto a Torino, è stato il primo e unico atleta a rappresentare la Somalia ai Giochi paralimpici. Grazie a un’incrollabile forza di volontà e al giamaicano Usain Bolt, l’uomo che gli ha cambiato la vita attraverso il suo esempio

Antonio Storto

La sua bandiera è quella somala, ma è anche un torinese a pieno titolo. Dalla sua Mogadiscio in guerra è arrivato fino allo Stadio olimpico di Rio, passando per una serie impressionante di successi in Italia. E la strada l’ha percorsa tutta su una sedia a ruote. Parrebbe quasi una favola, ma a definirla così in fondo si rischia di essere superficiali: perché le favole sono faccende da bambini, storie di fati benevoli ed eroi predestinati. Mentre Farhan Hadafo probabilmente ha sempre saputo che il suo destino avrebbe dovuto scriverselo da sé.

Lo scorso settembre, a Rio de Janeiro, il 19enne Farhan è stato il primo atleta disabile a rappresentare la Somalia ai giochi paralimpici, divenendo così un eroe tanto in patria quanto in Italia, dov’è cresciuto e si è preparato. A cambiargli la vita, racconta oggi, è stato l’incontro con Usain Bolt al Golden Gala di Roma: è il 2012, l’anno delle Olimpiadi di Londra, e qualche mese più tardi il fulmine giamaicano entrerà nella leggenda, divenendo il primo e tuttora unico atleta ad aver mai vinto per due edizioni consecutive l’oro nei 100 e 200 metri piani. A Roma Hadafo lo osserva correre dopo aver a sua volta gareggiato negli 80 metri piani in carrozzina. Di cose, a quel punto, il ragazzo ne aveva viste fin troppe, ma quella, in particolare, sembra marchiare a fuoco una missione nella sua già ferrea forza di volontà.

Nato nella Mogadiscio devastata da 20 anni di guerra civile, fin da bambino Farhan ha dovuto convivere con l’artogriposi congenita, una forma di disabilità che gli ha bloccato lo sviluppo degli arti inferiori, rendendogli difficoltoso anche l’uso delle mani, tanto da costringerlo a indossare guanti imbottiti per poter spingere la sedia a ruote. A soli sei anni, per fargli avere le cure che difficilmente la sanità somala avrebbe potuto garantirgli, i genitori lo hanno mandato da una zia emigrata anni prima a Torino. Nel capoluogo piemontese Farhan va a scuola, stringe le prime amicizie nel quartiere multietnico di San Salvario e in prima media scopre un’innata inclinazione per lo sport.

«Da anni organizziamo dei gruppi sportivi pomeridiani ? ricorda Carla Cerutti, la sua insegnante di educazione fisica all’istituto "Manzoni" ? e, fin dal primo giorno, Farhan ha chiesto di prendervi parte. Si è cimentato nel nuoto, nel basket, nel tennistavolo e nell’atletica. Ma quello che voleva davvero era correre con la carrozzina». Così, pur non avendo mai allenato ragazzi in quella disciplina, Cerutti e l’insegnante di sostegno Pietro Comitini iniziano a organizzarsi: ogni giovedì, alle 13.30, spostano gli allenamenti al campo d’atletica di Parco Ruffini, dall’altra parte della città. Ed è a quel punto che la ferrea determinazione del ragazzo comincia a manifestarsi: Farhan non ha nemmeno una carrozzina da gara, ma i suoi tempi sono subito ottimi. «Andava bene ? ricorda la professoressa ?. Così bene che dopo qualche mese ha iniziato a gareggiare e vincere: in aprile si è

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