Marzo 2017

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ci, induzione ad atti sessuali non voluti, stupri veri e propri».

Oggi oltre due donne su tre di quelle che approdano allo sportello sulle discriminazioni multiple di Differenza donna hanno un deficit intellettivo, una su quattro ha una disabilità fisica e una piccola fetta ha entrambi i tipi di problemi. Oltre il 65% arriva attraverso i servizi sociali e sanitari territoriali, il 30% vive in una struttura riabilitativa e più di nove su dieci hanno attivato un percorso legale contro chi gli ha inflitto violenza. E tra gli obiettivi raggiunti vi è anche la segnalazione e la conseguente chiusura, da parte delle forze dell’ordine, di una casa famiglia, dove una ragazza subiva maltrattamenti.

Sintetizzare le ragioni per cui un fenomeno di questo tipo sia così frequente e diffuso non è semplice, ma Rosalba Taddeini ci prova lo stesso: «Alle donne con disabilità viene indirettamente insegnata la condiscendenza, cioè a dire sì a tutto, per renderne più facile la gestione. Ciò le espone maggiormente al rischio di soprusi e maltrattamenti. Molte donne che incontro mi riferiscono di aver subito violenza da parte di coloro di cui si fidavano di più, come familiari, operatori sanitari, forze dell’ordine e spesso da individui conosciuti sui social».

E poi le donne con disabilità non vengono educate all’affettività e alla sessualità, e spesso non sono in grado di riconoscere e stabilire confini alla propria intimità fisica e psicologica. In parole povere, non sanno distinguere un gesto amichevole o un trattamento sanitario da un vero e proprio abuso sessuale. Come è accaduto a Emanuela, una giovane donna con tetraparesi spastica, che ha subito violenza da parte del proprio fisioterapista. Insieme alla madre Paola ha raccontato la propria storia nel corso di un convegno intitolato "Ferite dimenticate: prospettive di genere sulla violenza sociale", organizzato da Differenza donna insieme all’Università britannica di Kent lo scorso giugno, di cui sono stati da poco pubblicati gli atti.

All’epoca Emanuela era ancora minorenne e temeva che la rigidità fisica di cui soffriva in quel periodo le avrebbe impedito di andare a cavallo, la sua più grande passione. Facendo leva su questa paura, l’uomo le aveva proposto una "tecnica di respirazione" che l’avrebbe riportata in sella. «All’inizio mi dava dei bacetti sulla guancia, sembrava affettuoso con me, e mi ha detto che siccome io non respiravo bene dovevo usare questa tecnica di respirazione», ha spiegato la ragazza. Poi i baci si sono trasformati in richieste più spinte fino alla consumazione di un atto sessuale completo. «Per noi donne con disabilità fisica la riabilitazione è di vitale importanza e quindi dentro di me non sapevo come dirlo, perché il terapista mi aveva fatto credere che fosse una terapia, non sapevo che era una violenza sessuale».

È passato qualche tempo prima che sua madre capisse quanto accaduto. Decidere di affrontare un processo non è stato né semplice né indolore, ma alla fine «ce l’abbiamo fatta, perché noi crediamo che la violenza vada denunciata, perché più si sta zitte e più si su

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