Marzo 2017

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ne e a renderci conto che, a volte, ai margini di una situazione disagiata emergeva una disabilità non dichiarata».

Le donne, tuttavia, continuavano a non arrivare. E così le operatrici di Differenza donna hanno deciso di fare un ulteriore passo avanti: andarle a cercare nei luoghi che esse frequentavano. Da qui la nascita di accordi con alcune associazioni romane come Il Ponte e La lampada dei desideri, oppure strutture di riabilitazione come il Don Guanella. «Organizziamo gruppi di sensibilizzazione a cui prendono parte soprattutto donne con disabilità intellettiva. Per poter comunicare con loro per prima cosa abbiamo dovuto cambiare il nostro linguaggio, rendendolo più semplice e più immediato. In questo modo siamo riuscite a parlare di tutto e loro ci hanno raccontato le brutte esperienze che hanno vissuto: adescamenti sui social network e nei luoghi pubbli

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Progetto Fior di loto: il servizio antiviolenza della città di Torino

Tutto è cominciato nel 2013 con l’apertura di un ambulatorio ginecologico per le donne con gravi disabilità. «Ci rendevamo conto che molte non erano in grado di seguire i programmi di prevenzione del tumore al collo dell’utero per l’inaccessibilità degli studi medici», racconta la psicologa Giada Morandi, coordinatrice del progetto Fior di Loto, realizzato a Torino grazie alla collaborazione dell’associazione Verba con i consultori familiari della Asl TO1 nell’ambito del progetto Prisma. «Il nostro servizio consisteva in un programma di prevenzione oncologica e in un ambulatorio ginecologico aperto una volta al mese, dotato di sollevatore e lettino elettrico. Qui le donne potevano effettuare una visita medica della durata di un’ora, che prevedeva la compresenza di una ginecologa, un’ostetrica e una psicologa».

Siccome da quelle visite emergevano anche situazioni di abusi subiti, l’anno successivo è nato uno sportello antiviolenza, aperto anche agli uomini disabili oltre che alle donne. «Il servizio offre supporto psicologico, assistenza legale e accompagnamento alla denuncia ? precisa la psicologa ?. Ma anche attività diverse come la ricerca di soluzioni abitative, qualora si renda necessario l’allontanamento da casa, supporto nella stesura del curriculum, percorsi di make up therapy, attività laboratoriali e corsi di computer».

Fino a oggi lo sportello, che prevede anche la presenza di uno psicologo in grado di comunicare in Lis, ha seguito 33 casi di emancipazione dagli abusi, tra cui 27 donne e 6 uomini con disabilità motoria, intellettiva e sensoriale. «Il nucleo profondo della violenza, agita e subita, non cambia quando c’è di mezzo la disabilità. A cambiare sono, invece, la possibilità di difendersi e a volte perfino di comprendere di essere vittime di maltrattamenti, così come i percorsi di uscita ed emancipazione ? prosegue Morandi ?. Abbiamo donne e uomini con storie che poco si differenziano da quelle rilevate da un qualsiasi centro antiviolenza: relazioni che non si riescono a chiudere con uomini violenti, violenze fisiche o sessuali subite in famiglia, stalking da parte di persone rifiutate, adescamenti con promesse più o meno verosimili».

Varia anche la provenienza delle persone che si rivolgono al servizio. Alcune arrivano a seguito delle visite presso l’ambulatorio ginecologico, altre vengono segnalate dagli operatori dei servizi sociali e delle comunità alloggio, ma c’è anche chi arriva dal centro antiviolenza del Comune di Torino, con cui gli psicologi, gli educatori e il personale sanitario del progetto collaborano attivamente. E i percorsi di fuoriuscita dalla violenza nascono proprio dalla sinergia tra realtà e figure professionali tanto diverse. «Va da sé che quando si tratta di disabilità, i tempi per l’emancipazione si allunghino ? conclude la coordinatrice ?. Così, al lavoro dei nostri psicologi, che non hanno un numero di colloqui prefissato, ma valutano a seconda delle esigenze, si affianca quello degli educatori che costruiscono il miglior percorso possibile, tagliato sulle esigenze specifiche della singola persona». [A.P.]

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