Marzo 2017

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L’INCHIESTA Otto marzo

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donna ha una disabilità fisica, sensoriale o cognitiva è più esposta al rischio di subire violenza e la sua vulnerabilità aumenta in condizioni di emarginazione, esclusione, segregazione e dipendenza».

Dal 2012 Rosalba Taddeini investe tutte le proprie energie nella lotta contro questo fenomeno tanto odioso quanto subdolo e nascosto. Con le sue colleghe di Differenza donna condivide l’approccio femminista alla questione ed è convinta che la violenza contro le donne, siano esse disabili o meno, rappresenti l’atto più estremo della sopraffazione maschile a livello sociale e culturale. «Le storie di violenza si somigliano tutte», afferma. Eppure lei e le altre operatrici dell’associazione sono state tra le prime a riconoscere una particolare specificità quando si tratta di donne disabili. «La nostra è un’associazione di tutte le donne e per tutte le donne ? racconta ?. Ma negli anni abbiamo cominciato a insospettirci e a chiederci perché un fenomeno tanto diffuso emergesse così difficilmente tra le donne con una disabilità».

Questa riflessione è stata solo il primo passo di un lungo lavoro di analisi e autoanalisi, che in cinque anni ha dato i suoi frutti. Non solo numerosi convegni e altri momenti di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma anche la cosiddetta "presa in carico" di 62 donne, provenienti dalle esperienze più svariate: maltrattamenti e violenze subiti tra le mura domestiche, nei parchi pubblici e in case di accoglienza, tra cui spiccano alcune situazioni di induzione alla prostituzione coatta e un caso di matrimonio forzato.

Arrivare a questi risultati non è stato semplice: per prima cosa è stato necessario partire dal riconoscimento della stessa presenza di una disabilità, cosa meno scontata di quello che si potrebbe credere. «In Italia le donne disabili sono circa un milione e 700mila, il 3,7% della popolazione totale ? spiega la psicologa ?. Ma nella nostra esperienza il dato risulta sottostimato: il 20% delle donne con disabilità intellettiva, motoria e sensoriale che abbiamo accolto nel nostro centro antiviolenza non aveva fatto nessun percorso di riconoscimento della propria condizione. Questo ci porta a sostenere che, soprattutto rispetto ai deficit cognitivi, esiste un sommerso non segnalato neppure durante il percorso scolastico e, se segnalato, non viene riconosciuto dalle famiglie».

D’altra parte negli stessi centri antiviolenza lavorano molte donne che vivono loro stesse l’esperienza della disabilità sulla propria pelle. Si tratta di deficit di vario tipo, rispetto ai quali non sempre hanno compiuto un percorso di consapevolezza. «Prima di cominciare questa avventura è stato necessario guardare noi stesse ? racconta Rosalba ?. Anche io ho una disabilità con cui devo fare i conti: non è facile dirselo chiaramente e analizzare lucidamente gli effetti sulla propria esistenza. Ma guardare con onestà nelle nostre vite ci ha aiutato a comprendere quelle delle altre don

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