Dicembre 2013

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prendono la forma dell’amore assoluto e claustrofobico che una madre prova per la sua figlia “diversa” e sventurata. Tenendola lontana dal mondo e dalla vita per un malinteso senso della protezione materna.
Da dove nasce il suo interesse per la disabilità e per le questioni che la riguardano?
Quando hai un figlio fragile e te ne occupi con serietà, acquisisci un terzo occhio che vale anche per i problemi delle cosiddette persone normali. Un figlio difficile ti impone di vedere quel problema che ha lo stesso colore e sapore dei problemi di tanti altri, con un di più che fa la patologia. Ma una volta che hai imparato a vedere quel di più, lo riconosci anche dove è più nascosto e occultato.
Il tema dei rapporti familiari è spesso al centro delle sue opere. Perché le interessa tanto quel filo invisibile che lega le persone?
Perché in genere è un filo che strozza: c’è chi riesce ad allentarlo di più e chi di meno, ma si tratta comunque di una gabbia. Troppo spesso si dà per scontato che quella gabbia sia indispensabile e che non si possa fare altrimenti, ma sono convinta che una certa dose di autonomia sia possibile sempre e per chiunque. Nel caso delle persone disabili, che difficilmente possono decidere da sé, troppe volte si decide che il rischio è così grande che è meglio non rischiare.
È un tema che affronta anche nel suo ultimo
racconto.
Sì, a me interessano più i figli che i genitori. Anche a livello pubblico, quando si parla di handicap gravi, si dice sempre che i genitori hanno diritto a un sollievo rispetto ai figli, ma non si dice mai che anche i figli hanno diritto a un sollievo rispetto ai genitori. Non è che io voglia mettere in discussione la necessità di alleviare l’impegno delle famiglie, vorrei solo che si guardasse anche ai bisogni dei figli.
Quali sono le principali difficoltà in questo senso?
Occorrono tanto lavoro e tante iniziative, ma sono necessari anche un bel po’ di soldi. E questi sono sempre più difficili da trovare. In passato mi sono definita un’ultimista, nel senso che se ti metti dalla parte degli ultimi ci rientrano anche i penultimi, ma se ti occupi soltanto dei penultimi gli ultimi restano fuori. E qui – quando va bene – ci si occupa a malapena dei penultimi.
È solo una questione economica?

No, è anche una questione culturale e politica. Non è un caso che periodicamente si torni a parlare, magari in forma larvata, di manicomi. Insomma: se li leviamo di mezzo stiamo più tranquilli tutti, questo è il senso. E allora si parla tanto dei genitori che non possono rinunciare a tutto.
Oggi si comincia a parlare di assistenza sessuale per le persone disabili. Come vede questa battaglia?
Per un padre e una madre si tratta di una questione estremamente difficile: ci sono delle cose che devono essere affidate ad altri, ad altri che abbiano un rapporto di reciproca fiducia con i genitori. Nel senso che ci sono cose che io posso anche consentire in quanto genitore, ma è praticamente impossibile che sia io a prendere l’iniziativa. L’idea del padre che, come si faceva una volta, porta il figlio da una prostituta, implica una complicità a mio avviso non auspicabile.
Negli ultimi anni è fiorita una sorta di letteratura della disabilità, anche i grandi editori hanno pubblicato tanti romanzi e soprattutto tante autobiografie. Qual è la sua idea in proposito?

A me sembra che il successo di queste iniziative sia molto legato all’idea del “poverino, come soffre”. Ci si china amorevolmente e caritatevolmente sulla sofferenza, ci si sente più buoni e poi tutto torna come prima. Le autobiografie in genere hanno successo perché permettono ai lettori di mettere in atto un meccanismo auto-assolutorio. In altri casi invece il discorso è di tipo inverso: non è il poveretto che soffre, ma quello bravo che si è arrangiato da solo.
Una strategia del disinteresse, insomma.
Ricordo certe fasi degli anni Settanta, ai tempi della riforma Basaglia: il coinvolgimento era vero e gli operai si facevano promotori dell’ingresso delle persone disabili in fabbrica. Si pensava: siamo tutti sulla Terra, siamo un’unica umanità, la nostra patria è il mondo intero. Oggi invece la nostra patria è casa mia. Una situazione che deriva in parte dalla crisi, ma anche da quello che si è seminato in tanti anni: così chi non ce la fa diventa colpevole.
Il distacco e anche il timore ad accostarsi a chi ha una disabilità non dipendono in una certa misura dalla mancanza di conoscenza?

Certo, se non ti accosti mai è difficile conoscere. Anni fa facevo parte di un’associazione di familiari: a un certo punto decidemmo di fare l’esperienza della cosiddetta messa alla prova con alcuni ragazzi che avevano stuprato una coetanea. All’inizio non ero ben disposta nei loro confronti, ma alla fine fu tutto molto bello. Insomma, quando hai realmente a che fare con le persone, la tua visione cambia per forza. La non conoscenza può scavare dei veri e propri abissi. E nessuna realtà è mai peggiore dei fantasmi: se non ti confronti, tutto diventa mostruoso.

Nata a Roma nel 1946, Clara Sereni vive a Perugia, dove nel 1998 ha tenuto a battesimo la fondazione La città del sole, onlus nata per immettere persone con problematiche psichiche gravi o medio gravi in circuiti di vita autonomi e alternativi al ricovero

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