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Verso il “funerale” del Teatro Patologico. Ma questo progetto non morirà

Escluso dal finanziamento di un bando capitolino per un vizio burocratico, il teatro coinvolge oggi 60 ragazzi e adulti con gravi disabilità mentali ed è apprezzato in tutto il mondo. D'Ambrosi: “Dovrebbe esserci garantito un supporto istituzionale, finora il sostegno arriva solo dalle famiglie. Chiedo alla sindaca Raggi di farsi carico del progetto. Noi dobbiamo andare avanti”

31 agosto 2020

ROMA – La data fissata per il funerale è il 17 settembre, ma il Teatro patologico non morirà davvero. “Non possiamo lasciare a casa 60 ragazzi che in teatro hanno imparato a conoscere e gestire le loro emozioni. Non possiamo buttare al vento il lavoro fatto in dieci anni”: ne è certo, Dario D'Ambrosi, attore e regista, da sempre appassionato studioso del disagio psichico, tanto da farsi internare per tre mesi, anni fa, nell'Istituto Psichiatrico Paolo Pini di Milano. E proprio dall'incontro tra teatro e malattia mentale è nato nel 2009 il Teatro Patologico, frutto del lavoro dell'omonima associazione, operativa già dal 1992. Una compagnia stabile e un corso di “Teatro integrato dell'emozione”, quest'ultimo legato all'Università di Tor Vergata. Un'iniziativa che è cresciuta in fretta, attirando tanti ragazzi e tante famiglie e completamente sostenuta da queste. “Ci conoscono in tutto il mondo, con i nostri ragazzi siamo stati ovunque, da Tokyo a Bruxelles alle Nazioni Unite, rappresentando il nostro Paese e la nostra città – ci racconta D'Ambrosi – Ora però abbiamo bisogno di sostegno dalle istituzioni. E quel sostegno ci viene negato. Per questo, il 17 settembre, celebreremo il funerale del Teatro Patologico. In testa, sfileranno le famiglie, con la loro rabbia e il loro dolore”.

Il “no” è arrivato qualche settimana fa, quando il progetto presentato dal teatro non è stato ammesso al finanziamento del bando triennale del comune di Roma “Eureka”: causa dell'esclusione, la mancanza delle sigle su ogni foglio e di un allegato, il cronoprogramma. “Dispiace moltissimo essere esclusi per un cavillo burocratico: credo che il lavoro che da anni facciamo con 60 ragazzi con gravi e gravissime disabilita intellettive meriti un sostegno da parte del comune di Roma, a prescindere dal bando”, afferma D'Ambrosi.

Finora, a sostenere il progetto, sono state infatti le famiglie, versando una quota di 200 euro: sembra tanto, ma “non lo è, visto che parliamo di 4 euro l'ora. Il laboratorio teatrale prevede infatti la partecipazione dei ragazzi, divisi in due gruppi, per tre volte a settimana, dalle 15 alle 19. Non vengono con l'assistente personale, ma nel teatro trovano insegnante e assistenti capaci di occuparsi delle loro diverse esigenze”, spiega D'Ambrosi. Il finanziamento richiesto era di 100 mila euro complessivi, circa 33 mila euro l'anno: “Ci avrebbe permesso di ridurre la quota e di espandere il progetto, magari anche in altre sedi, visto che abbiamo venti ragazzi in lista d'attesa e numerose richieste anche da altre regioni: famiglie che sarebbero disposte a trasferirsi a Roma, per permettere al figlio o alla figlia di partecipare. Quello che si fa con i ragazzi è importante, dal punto di vista sia artistico che terapeutico: ci sono delegazioni che arrivano da tutto il mondo per osservare il nostro lavoro”.

Non “sedati”, ma “emozionati”

Qual è la peculiarità di questo metodo e in cosa consiste la sua efficacia? “Utilizziamo diversi esercizi e strumenti: lo specchio, i quattro angoli, le tre sedi... Lo scopo è quello di scatenare, a volte anche violentemente, la patologia del ragazzo, per poi metterlo in condizione di autogestirla. Alcuni genitori mi dicono: 'Non so se mio figlio stia diventando un attore, ma so che siamo tornati a dormire la notte in tranquillità'. Noi lavoriamo sulle emozioni, aiutiamo i ragazzi a riconoscerle dentro di sé, a esprimerle e a diventarne padroni. Parliamo di ragazzi e adulti dai 18 ai 45 anni, con patologie spesso molto gravi: autismo, X fragile, schizofrenia, autolesionismo, vere e proprie psicosi. Dedichiamo la maggior parte del tempo agli esercizi sulle emozioni. Ed è questo il bagaglio che ci serve poi per lavorare anche all'allestimento dei nostri lavori”.

E se il “teatro integrato” è un'esperienza ormai diffusa in tutto il mondo, “è proprio girando il mondo che ho scoperto quale sia la nostra peculiarità: negli altri contesti, la psichiatria e spesso anche la famiglia vogliono vedere i ragazzi tranquilli, sedati. Noi invece, attraverso gli esercizi, tiriamo fuori rabbia, solitudine, ansia: ci sono tanti momenti di violenza, tante volte torno a casa distrutto, dopo aver preso le botte, letteralmente. Ma è il rischio di questo percorso e sono sicuro che ne valga la pena”.

Così come vale la pena di continuare:”Quest'avventura non potrà finire – assicura D'Ambrosi – ma senza sostegno è davvero difficile. Con una petizione che in pochi giorni ha già raccolto 3 mila firme, stiamo chiedendo alla sindaca Raggi di interessarsi in prima persona, per far sì che il nostro lavoro, con cui rappresentiamo l'Italia in tutto il mondo, abbia dalle istituzioni il supporto necessario”.

“Per i nostri figli, il teatro è aria da respirare”

Una richiesta gridata a gran voce dalle tante famiglie che stanno partecipando a questo percorso. “Sara ha 19 anni e secondo i medici ha malformazioni così gravi che dovrebbe essere un vegetale. Invece è viva e vivace e nel Teatro Patologico ha trovato aria da respirare, superando anche gli ostacoli più grandi”; ci racconta Barbara Picchioni, mamma di Sara Florenzi, che frequenta il laboratorio da febbraio 2019. “Per i nostri figli il teatro è come un lavoro: entrano da soli, noi non possiamo accompagnarli dentro. Hanno delle regole da rispettare e presto imparano a farlo. E diventano capaci di gestire le loro emozioni e di lavorare insieme, facendo squadra – racconta Barbara – Sara fa tante cose, è una ragazza solare ma con gravi problemi. Il più grande, nei contesti sociali, è l'autolesionismo, che mette in atto quando non si sente considerata e supportata: in quei casi, si butta per terra e inizia a sbattere la testa. Essendo microcefala, per lei è molto pericoloso. Solo con il teatro, è riuscita a superare anche questo ostacolo: ha capito che, per partecipare a quest'attività che ama moltissimo, non può comportarsi così. Ha imparato a non farlo e questo ora le permette di avere un comportamento migliore anche in altri contesti. In teatro – continua Barbara – basta una virgola per scatenare l'inferno, ma con la stessa velocità i ragazzi, tra di loro, riescono a eritrovare l'armonia. Sono ragazzi normalmente accompagnati da un assistente: ma in teatro no, stanno da soli, con l'insegnante e con qualche volontario che dà una mano. Così imparano, attraverso il lavoro che fanno, ad autogestirsi. Ecco perché questa esperienza deve continuare – conclude Barbara – I nostri ragazzi ne hanno bisogno come l'aria. E faremo tutto il possibile per tenerlo vivo, anche dopo il funerale!”

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