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La poesia in lingua dei segni, “un’arte da vivere”

Rime, metafore, onomatopee: la poesia in lingua dei segni ha le stesse figure retoriche del parlato. Ma, non potendo essere trascritta, viene “recitata” e diffusa attraverso video e workshop. Calderone (interprete Lis): “L’aspetto performativo è fondamentale"

27 settembre 2019

ROMA - Una mano chiusa in un pugno si alza e volteggia nell’aria, poi si schiude e il palmo aperto si scontra contro l’altro. Potrebbe sembrare una danza o una scena di uno spettacolo teatrale, invece si tratta di una poesia in lingua dei segni, dove metafore, rime e figure retoriche diventano segni, movimenti ed espressioni del viso. “Alla base della poesia in Lis ci deve essere un’intensa passione, per veicolare sensazioni coinvolgendo davvero il pubblico – spiega Chiara Calderone, linguista e interprete Lis –. A differenza della poesia verbale, infatti, la lingua dei segni non può essere trascritta graficamente, di conseguenza l’aspetto performativo è fondamentale per la sua diffusione. La poesia Lis bisogna viverla, prima ancora di recitarla: solo così si può trasmettere tutta la sua carica innovativa”.
 
Ma come rendere le figure retoriche tipiche del parlato in Lis? Secondo il linguista William Stokoe, i segni possono essere scomposti in sottounità, esattamente come le parole possono essere scomposte in fonemi. Queste sottounità sono gli elementi che vengono usati in poesia per creare le figure retoriche: in particolare, la configurazione della mano, il movimento, l’orientamento, il luogo segnico e le componenti non manuali (come l’espressione del viso). “Nella poesia in Lis, la rima viene fuori nel momento in cui due segni condividono almeno uno di questi parametri – spiega Calderone –. Per esempio, due segni articolati entrambi sulla guancia destra sono considerati rimanti. Per le onomatopee, invece, si usano diverse configurazioni manuali: il “fru fru tra le fratte” di Pascoli in Lis si può veicolare con segni con il palmo molto aperto, che trasmettono significati positivi, luminosi, di apertura, come per noi la vocale A. Viceversa, i concetti di chiusura, buio e violenza, di solito legati alle vocali O e U, si trasmettono con segni che ripetono il pugno chiuso”.
 
La poesia in Lis nasce negli Stati Uniti e arriva in Italia solo a partire dalla fine degli anni ’70, grazie a Joseph Castronovo, un poeta sordo americano in cerca delle sue originarie radici siciliane. La sua diffusione non era semplice: era necessario che le persone si incontrassero per poter apprendere le tecniche poetiche applicate alla lingua dei segni. Inizialmente i sordi si esibivano con il mimo: solo intorno agli anni ’80 la poesia in lingua dei segni inizia a divulgarsi. “Pian piano ci si è resi conto dell’importanza di trasmettere e di veicolare, anche attraverso i segni ed il corpo segnante, una cultura minoritaria come quella Sorda (la parola Sordo con la S maiuscola indica la comunità Sorda che si riconosce in quanto tale nella sua specificità culturale, n.d.r.) – racconta Calderone –. La Lis è una vera e propria lingua, non un semplice linguaggio. Il linguaggio, infatti, è un sistema di comunicazione non complesso, come il linguaggio degli animali. Una lingua, invece, ha regole grammaticali e una sintassi articolata”.
 
Eppure, non è stato ancora trovato un codice adeguato per trascrivere la lingua dei segni: alcuni utilizzano il sign writing con una serie di segni e codici convenzionali capaci di sintetizzare ogni componente della lingua dei segni, manuale e non. Ma il vero cambiamento è arrivato con la rivoluzione digitale: con Skype, Whatsapp video, Facebook e tutti gli altri social network, scambiarsi video è diventato facilissimo. “Oggi la comunicazione tra Sordi è molto più semplice, e così anche la poesia viene diffusa molto di più – spiega Calderone –. Negli anni ’80, esisteva un dispositivo telefonico, appositamente progettato per i sordi, il DTS (Dispositivo Telefonico per Sordi), che consentiva loro di scambiare dei messaggi a distanza con altre persone dotate di DTS. Oggi invece, grazie alla rivoluzione digitale, la lingua dei segni si sta diffondendo e in Italia, dove esistono diverse varianti regionali, si sta standardizzando, esattamente com’è successo con la televisione per l’italiano parlato. Così, anche il panorama della poesia in Lis si sta arricchendo, con workshop ed eventi, come il Festival del silenzio a Milano, dedicata all’arte della comunità sorda. La speranza è quella di innescare dei meccanismi di sensibilizzazione e interesse sociale, che non scadano nella sterile spettacolarizzazione, ma che divengano motori di crescita e consapevolezza culturale”.

di Alice Facchini

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