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La paralisi cerebrale infantile e lo sport

L’esperta spiega le forme, le cause, i sintomi e i disturbi della Pci. Accanto agli interventi chirurgici e alla fisioterapia, la pratica sportiva ha effetti benefici a livello fisico e psicologico

30 maggio 2007

A cura della dottoressa Piera Marchettoni, medico del Cip

ROMA - La paralisi cerebrale infantile (PCI) è una sindrome caratterizzata da disturbi del movimento e della postura, causata da una lesione non evolutiva che colpisce il cervello quando è ancora immaturo. In genere, la lesione cerebrale si rende evidente entro i 2 anni di vita; l’ampia variabilità individuale nello sviluppo neurologico del bambino entro il primo anno di vita rende talvolta difficile la diagnosi precoce della malattia. Attualmente, si ritiene che le cause più frequenti di paralisi cerebrale siano legate a situazioni cliniche come il parto prematuro e le complicanze nel periodo intorno al parto. In alcuni casi, la causa della sindrome è un’emorragia cerebrale, associata o meno a dilatazione dei ventricoli cerebrali. In altri casi, la paralisi è conseguenza di un’ischemia, cioè di un ridotto afflusso di sangue al cervello, condizione che si può verificare per parti difficili o patologie della placenta o del cordone ombelicale. Altre cause di paralisi cerebrale insorta dopo la nascita sono l’encefalite (infezione del cervello) o i traumi encefalici.

La classificazione della paralisi cerebrale può essere fatta sulla base del disturbo del tono muscolare. In tal caso si parla di paralisi spastica, discinetica, atetoide, coreiforme, ballistica, atassica, ipotonica o mista. Se il criterio di classificazione utilizzato è la parte del corpo colpita, si parla di diplegia, tetraplegia, triplegia, emiplegia ( a seconda che siano colpiti uno o più arti o una metà del corpo). Nei due terzi dei pazienti, il sintomo predominante è l’aumentato tono muscolare o “spasticità”, che può manifestarsi in maniera costante o in dipendenza della velocità del movimento. La “corea”, termine di origine greca che significa “danza”, indica movimenti involontari, aritmici, violenti, rapidi e a scatto. I movimenti coreici possono essere complessi, ma sono sempre privi di coordinazione. Alcuni esempi di movimenti coreici sono le smorfie della faccia e l’emissione di rumori respiratori. L’”atetosi”, altro termine derivato dal greco, significa “mutevole”, “non fisso” ed indica un disturbo del movimento caratterizzato dall’incapacità di mantenere in una data posizione una qualsiasi parte del corpo. Di conseguenza, il paziente si muove continuamente in modo lento, sinuoso, e senza un fine preciso. I movimenti atetosici sono frequentemente tipici delle dita delle mani e dei piedi ma si possono osservare anche a carico della faccia e della lingua. Alcuni esempi sono rappresentati dalla continua retrazione e protrusione delle labbra, dalle oscillazioni del collo e del dorso, dall’apertura-chiusura delle palpebre. Sono movimenti più lenti della corea, ma in alcuni casi gli uni continuano negli altri e in tal caso si parla di “coreatetosi”. Nella paralisi cerebrale tutti questi tipi di disturbo del tono muscolare e del movimento possono variamente combinarsi tra loro: l’associazione più frequentemente riscontrata è quella tra spasticità ed atetosi.

Dal punto di cista clinico, l’aspetto più grave nelle paralisi cerebrali è la perdita del controllo neuromuscolare che si manifesta precocemente con la suzione debole e con la lingua in fuori, con il morso tonico (continuo), e con le posture anomale. Sono inoltre tipici alcuni movimenti anomali come “l’andatura a forbice” data simultaneamente da: adduzione degli arti inferiori, iperestensione del ginocchio e flessione plantare del piede. In alcuni casi, la gravità della sindrome non è compatibile con la deambulazione. A livello degli arti superiori prevalgono i movimenti di flessione delle dita, dei polsi, del gomito e l’abduzione della spalla, che quando il bambino diventa più grandicello gli fanno assumere la postura cosiddetta “di difesa”.

Questi movimenti disturbati mettono bene in evidenza la difficoltà primaria della paralisi cerebrale: l’incapacità di separare i singoli movimenti. Questi bambini per cercare di compiere movimenti finalizzati ne compiono molti altri del tutto inutili, che sono di ostacolo al movimento volontario e molto faticosi. Infatti, le anomalie del tono muscolare si associano alla debolezza muscolare e i piccoli pazienti spesso sviluppano una cenestesi (percezione delle sensazioni rispetto al proprio corpo e al mondo esterno) alterata che li fa reagire esageratamente a stimoli del tutto normali.

Un altro aspetto della paralisi cerebrale in cui prevale la spasticità, è l’insorgenza di contratture muscolari, che con il tempo portano a deformità ossee. La contrattura colpisce spesso i muscoli adduttori degli arti inferiori, i muscoli posteriori della coscia, i flessori plantari degli arti inferiori e i flessori degli arti superiori. Le deformità ossee sono la diretta conseguenza dell’azione della spasticità sullo scheletro in accrescimento. A livello dell’arto inferiore è frequente una condizione di sub-lussazione dell’anca, mentre le deformità della colonna vertebrale sono la cifosi, o la scoliosi, cui, nei casi più gravi, può conseguire una limitazione della funzionalità respiratoria.

La paralisi cerebrale può associarsi anche a disturbi oculari, a problemi relativi alla funzione della deglutizione che in alcuni casi possono portare a stati di malnutrizione. Spesso questi bambini presentano vomito legato a reflusso gastroesofageo, e a livello dell’apparato urinario è frequente l’incontinenza. Anche la scialorrea (eccessiva produzione di saliva) è un sintomo molto frequente della PCI.

L’incidenza stimata del ritardo mentale è circa del 30%. In un terzo dei casi è presente epilessia, mentre i disturbi uditivi sono quasi esclusivamente tipici delle paralisi cerebrali dovute ad infezioni prenatali come la toxoplasmosi, la rosolia, il citomegalovirus e l’herpes. Nella paralisi cerebrale è fondamentale il trattamento farmacologico della spasticità, al fine di ridurre le contratture e le posture anomale. Anche l’impiego di ortesi di posizione è quasi sempre necessario, e in alcuni casi, è propedeutico all’intervento chirurgico ortopedico.

Le correzioni chirurgiche più frequentemente eseguite sono il rilasciamento del muscolo psoas e degli adduttori dell’anca per consentire le pratiche di igiene da parte di coloro che assistono il bambino, l’allungamento della muscolatura posteriore della coscia per consentire al bambino di assumere la posizione seduta e l’allungamento del tendine di Achille per correggere l’equinismo dei piedi e facilitare la deambulazione.

Oltre al trattamento chirurgico delle contratture muscolari sono stati tentati i blocchi dei punti motori dei muscoli anche mediante l’impiego della tossina botulinica, al fine di contrastare la spasticità e consentire più facilmente il movimento volontario. Il trattamento fisioterapico è sempre effettuato con continuità nei bambini con paralisi cerebrale; esso ha lo scopo di ritardare l’insorgenza delle contratture e di migliorare il trofismo della muscolatura. Tutti questi tipi di trattamento, in associazione tra loro, hanno il fine di far acquisire a questi soggetti il maggior grado di indipendenza funzionale, tenuto conto che la loro aspettativa di vita, se ben assistiti, è nella maggior parte dei casi sovrapponibile a quella di soggetti sani.

La pratica sportiva nei soggetti con esiti di paralisi cerebrale infantile ha effetti sicuramente benefici a livello fisico e psicologico. Tuttavia, è molto condizionata dalla presenza delle alterazioni del movimento, dalle deformità scheletriche e dal ritardo mentale, quando presente. Di conseguenza, il raggiungimento di un gesto motorio ben eseguito e finalizzato, (come si richiede nelle attività sportive) è per questi atleti più faticoso e difficile rispetto a soggetti sani. Bisogna quindi prevedere, nelle sedute di allenamento, carichi di lavoro più leggeri e periodi di recupero più lunghi del normale. La scelta del tipo di attività sportiva va fatta tenendo conto del tipo di disturbo motorio del bambino con PCI. Ad esempio, i soggetti in cui la paralisi cerebrale è di tipo prevalentemente ipotonico, presentano maggiori difficoltà nella pratica sportiva essendo più marcata la debolezza muscolare: quindi, questi bambini vanno indirizzati ad attività sportive ad impegno muscolare moderato. Qualora prevalga invece la spasticità, lo sport più indicato sembra essere il nuoto o la ginnastica in acqua, perché la temperatura dell’acqua e il galleggiamento producono effetti di rilassamento muscolare. Anche la presenza o meno dell’epilessia influisce sulla scelta della disciplina sportiva praticata, che non deve comportare rischi per l’atleta in caso di insorgenza di un attacco. Data la particolarità di questi atleti, è fondamentale la preventiva valutazione del medico dello sport per un avviamento corretto e personalizzato alla pratica sportiva, nonché una specifica preparazione del personale tecnico (istruttore, allenatore) che seguirà l’atleta portatore di PCI. L’attività sportiva, anche in questa disabilità, può essere quindi considerata un’ideale proseguimento e/o integrazione dei trattamenti riabilitativi tradizionali, rispetto ai quali il beneficio maggiore è la possibilità di svolgere attività motoria in ambiente non medicalizzato e, spesso, insieme con altri atleti cosiddetti normodotati. Nei casi in cui la sindrome si presenta in modo più lieve non si esclude la possibilità di arrivare a praticare attività sportiva a carattere agonistico, nei tempi e nei modi adattati alla disabilità.

(31 maggio 2007)



di e.proietti

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