SuperAbile







Roma celebra i 10 anni di chiusura del Santa Maria della Pietà

Nell'ex ospedale psichiatrico una giornata in difesa della legge 180 e per ribadire il ruolo chiave dei servizi pubblici di salute mentale e del lavoro. La struttura ospita anche la seconda edizione del premio "Franco Basaglia"

19 maggio 2010

ROMA - Era il 14 gennaio del 2000 quando le porte dell'ospedale psichiatrico di Roma, il Santa Maria della Pietà, si chiudevano definitivamente, ultimo atto di un lungo e tortuoso processo culminato con l'entrata in vigore della legge 180. Meglio conosciuta come legge Basaglia - dal cognome del celebre psichiatra veneziano che la partorì - la legge 180 ha segnato una pietra miliare nella storia della psichiatria, archiviando definitivamente l'era della ghettizzazione dei malati mentali e restituendo loro dignità e il diritto alla cittadinanza in un tessuto sociale. Un'eredità che a dieci anni di distanza appare ancora come una conquista rivoluzionaria che merita di essere festeggiata: il 21 maggio la Cgil propone, con il patrocinio della Provincia di Roma, una giornata per ribadire il ruolo fondamentale dei servizi pubblici di salute mentale e per riaffermare il diritto al lavoro.

Il 14 gennaio di 10 anni fa di ospiti al Santa Maria della Pietà ce n'erano davvero pochi: una decina, forse meno, ricorda Tommaso Losavio, primario dell'ex manicomio capitolino nonché direttore del progetto per il superamento dell'ospedale psichiatrico. "Dove l'azione è stata svolta correttamente, la chiusura della struttura non è avvenuta per un processo di de-ospedalizzazione - spiega - ossia il trasferimento degli internati da dentro a fuori, ma per un processo che noi chiamiamo de-istituzionalizzazione, cioè uno smontaggio della macchina manicomiale, che riguarda non solo i pazienti ma anche gli operatori che si trovavano a dover lavorare con una cultura completamente diversa da quella che avevano praticato per anni nel manicomio". "Furono anni difficili - ricorda Losavio, approdato al Santa Maria della Pietà dopo una lunga collaborazione a Trieste con Basaglia - e ci scontrammo con le ostilità delle famiglie dei pazienti" chiamati ora a svolgere quel ruolo insostituibile, certamente anche gravoso, nella vita delle persone, e con i pazienti stessi. "La fate facile voi psichiatri, ma non sapete quanto sia difficile per noi entrare fuori e uscire dentro" dice l'ex primario citando le parole di Nino, uno degli ultimi a lasciare le stanze del Santa Maria della Pietà. Parole evocative dove il "dentro" si riferisce alla città, il territorio, insomma a quello spazio essenziale per stabilire relazioni sociali e per questo elemento fondante della legge 180.

"La chiusura del manicomio ha cambiato il modo di stare male" spiega ancora Losavio, che domani sarà uno dei relatori del dibattito dal titolo "La centralità del territorio nei percorsi di cura" che si terrà tra i padiglioni e le palme dell'ex ospedale romano. E sarà proprio il territorio il protagonista indiscusso della seconda edizione del premio "Franco Basaglia" che quest'anno attraverso un riconoscimento simbolico - un attestato in pergamena - vuole ricordare l'impegno di cittadini e cittadine nell'ambito politico, scientifico, artistico e sociale: medici, infermieri, poeti, pittori, operatori ma anche pensionati e studenti, baristi, conducenti di bus e ristoratori, insomma coloro che in misura diversa hanno contribuito al reintegro dei malati mentali nella comunità locale. "Pensare alla persona come totalità, immersa nella qualità dei rapporti sociali, chiudere con il manicomio e con la cura imposta ed indiscutibile aprendo ad un progetto terapeutico consapevole e partecipato. Tutto ciò e molto altro evoca il superamento dell'Ospedale psichiatrico" spiega Saverio Benedetti, ideatore dell'evento, psicologo dell'ufficio psico-pedagogico del Comune di Roma, che ribadisce la centralità del concetto di lavoro nella chiusura dei manicomi: "Superare gli ospedali psichiatrici vuol dire pensare ad ognuno, senza esclusioni, come ad una persona che - messa nelle condizioni di adoperare le proprie capacità - attraverso il lavoro può contribuire alla ricchezza della socialità".

Sullo sfondo della celebrazione i ricordi e i racconti dell'epoca, quelli dei pazienti in primo luogo, come Giuseppina, emblema del manicomio stesso. Internata di lungo corso, soprannominata "cavaocchi" per la sua aggressività, grazie alla legge Basaglia è riuscita a condurre, nell'ultimo periodo della sua esistenza, una "vita normale" all'interno di una casa famiglia dove si è spenta. E poi ancora Anna, apolide romena, in passato ballerina di successo che aveva calcato i palcoscenici della Rai, ma di cui nessuno sapeva nulla finché uscendo dall'ospedale non riconobbe gli studi di Via Teulada: fino ad allora la psichiatria non si occupava dell'individuo e ignorava che la storia della malattia è la storia di una persona. (Marianna Balfour)

(21 maggio 2010)

di d.marsicano

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati