SuperAbile






In Normativa e Diritti


L'immigrazione in Italia: il ruolo delle donne migranti

In esame il fenomeno della femminilizzazione dell'immigrazione nel mondo. In crescita nel 2016 la quota di nuove cittadine italiane e i principali push factors di emigrazione, tra opportunità e discriminazione di genere.

24 aprile 2018

Introduzione

Il fenomeno della femminilizzazione dei flussi migratori è attualmente al centro di numerosi studi, che si concentrano su meccanismi e dinamiche, che vedono sempre più preponderante la presenza femminile nel proseguire delle ondate migratorie, soprattutto di questi ultimi due anni.
Nello specifico, si cerca di comprendere le scelte di certi percorsi prediletti dalle donne, i vari tipi di migrazione al femminile, le implicazioni sociali, economiche e psicologiche del migrare essendo donna, ma anche si cerca di capire le relazioni (anche di classe), che si instaurano tra donne italiane e donne immigrate, e quelle che queste ultime mantengono con il proprio Paese d'origine.
Infine, gli studi concentrano le loro analisi anche su altri aspetti, che entrano in gioco in questa migrazione tutta al femminile, ovvero delle tensioni che si instaurano tra approcci femministi e multiculturali, quando si tratta di realizzare una tutela giuridica per le donne da forme di violenza e discriminazione.
A tal proposito, la legislazione e le politiche italiane spesso non hanno risposto efficacemente a livello giuridico, trascurando la dimensione di genere dei flussi migratori, anche se qualcosa si sta muovendo, una nuova sensibilità, soprattutto proprio a proposito della tutela da forme di violenza, di sfruttamento e di discriminazione multipla.

Diverse tipologie di immigrazione femminile
Secondo i dati forniti dall'ISTAT per l'anno 2014 e per il 2015 risulta forte la componente femminile in Italia all'interno della popolazione immigrata.
Infatti, il 52,7% della popolazione straniera residente è rappresentato dalla componente femminile.
Tra le collettività più numerose, la percentuale delle donne si attesta al 57% del totale tra i cittadini romeni, al 48,1% tra quelli albanesi, al 45,9% tra i marocchini, al 79% tra gli ucraini, al 49% tra i cinesi, al 66,1% tra i moldavi e al 73,3% tra i polacchi.
Vi sono poi quelle Collettività immigrate di dimensione più ridotte, ma in cui è preponderante la presenza femminile (superiore all'80%), come nel caso dei provenienti dalla Bielorussia (81%), Federazione Russa (81,7%), Uzbekistan (83,4%), Indonesia (82,5%), Kazakhistan (83,3%), Repubblica Ceca (83,4%), Lettonia (85,1%), Estonia (85,2%) e Thailandia (90%).
Per la stragrande maggioranza dei casi, le donne immigrate sono presenti in Italia per motivi di lavoro o per ricongiungimento familiare (8 donne su 10), anche se è necessario prendere in esame le dinamiche di inclusione ed esclusione racchiuse tra i numeri, per poter comprendere e utilizzare in modo utile, ai fini di legislazioni e politiche che risultino proficui per le donne immigrate.

Sono diverse le categorie, che possono essere utilizzate, per analizzare lo stato dei diritti delle donne immigrate:

  • Le donne che fin a partire dagli anni Settanta del secolo scorso migrano, spesso da sole, per motivi di lavoro, in special modo come collaboratrici domestiche e più di recente come "badanti", addette al lavoro di cura nelle famiglie italiane.
  • Le donne che giungono in Italia per ricongiungersi alle proprie famiglie, soprattutto dal Nord Africa o dall'Asia, in seguito ad un flusso migratorio maschile, che si è consolidato dagli anni Novanta in poi.
    Soprattutto in questa compagine femminile, si realizza un alto tasso di inattività lavorativa, in quanto il ruolo della donna migrante è relegato a quello di donna-moglie e madre, migrante al seguito di un congiunto maschio.
  • Infine, le donne rifugiate e richiedenti asilo, il cui numero è aumentato fortemente a seguito dell'instabilità politica in Medio Oriente e in Africa, per molte delle quali l'Italia rappresenta spesso una zona di transito verso altri paesi Ue, più che la destinazione finale.

L'emigrazione femminile per lavoro
Come già accennato, le due principali motivazioni che inducono le donne a migrare in Italia sono la ricerca di un lavoro e il ricongiungimento familiare, aumentato successivamente alla riduzione degli ingressi di cittadini non comunitari per ragioni di lavoro, in seguito al verificarsi della crisi economica.
Nel primo caso, si tratta di donne che giungono in Italia per svolgere lavori poco qualificati e in settori specifici e, a tal proposito, infatti, le donne immigrate in Italia trovano una collocazione soprattutto nei servizi di assistenza alla persone, come colf, addette alla cura degli anziani e baby-sitter, seguendo uno dei canali maggiormente consolidati di immigrazione ed inserimento occupazionale del Paese.
A tale proposito, i dati ISTAT sulle forze lavoro rilevano che, alla fine del 2014, quasi la metà (46,5%) delle donne straniere occupate in Italia, è inserita nel comparto dei servizi domestici o di cura alle famiglie.
In questo modo, le lavoratrici immigrate sostituiscono alle esigenze di cura le donne italiane, sempre più partecipi al mercato del lavoro e al loro minore coinvolgimento nelle attività di tipo familiare.
Si evidenzia, infatti, che, tra il 2005 ed il 2007, il tasso di occupazione italiano era salito dal 45,3% al 46,6% e questo fenomeno ha contribuito a creare una nuova catena femminile, ossia altre donne immigrate, che si occupano di lavori domestici ed assistenza a livello familiare, fornendo un supporto alle donne italiane che lavoravano e, stando fuori casa per molte ore, non riuscivano ad occuparsi a tutto tondo della casa e della famiglia.
Per quanto attiene i Paesi di provenienza, si nota come fino agli anni Ottanta del secolo scorso, le donne arrivavano dalle Filippine, dall'America Latina, dall'Eritrea e dall'Isola di Capo Verde, ma progressivamente nell'ultimo ventennio, a queste provenienze, se ne sono aggiunte altre di donne provenienti dall'Est Europa (Romania, Polonia, Ucraina, Moldova).
La maggior parte delle volte, si tratta di donne che emigrano da sole, grazie all'intervento di un'intermediazione di un Istituto religioso (ciò è particolarmente vero nel caso delle migranti di religione cattolica provenienti dalle aree rurali delle Filippine o dell'America Latina) oppure grazie a network di connazionali.
In tale contesto, si riscontra che, sul totale dei lavoratori domestici registrati negli archivi INPS nel 2014, in tutto 900.000, le donne rappresentano l'87%, e degli addetti di nazionalità straniera il 77,1% (oltre 690.000).
Più nel dettaglio, l'Europa dell'Est risulta l'area continentale di origine di quasi la metà dei lavoratori stranieri (45,9%, oltre 410.000), mentre tra i singoli Paesi si evidenziano le Filippine con oltre 72.000 addetti, ossia il 10,4% dei lavoratori stranieri.
Per quel che riguarda, dunque, il Mercato del Lavoro riguardante i servizi resi alla persona e domestici, secondo i dati dell'Oecd e dell'Istat, la crisi economica ha colpito questo settore solo marginalmente e solo di recente, tanto è vero che il numero di lavoratori in esso impiegati, è cresciuto a quello precedente alla crisi.
Questo meccanismo ha consentito alle donne migranti di resistere all'interno di questo settore meglio rispetto agli uomini, e ha contribuito ad una maggiore tenuta dell'occupazione femminile in Italia.
Altro dato importante risulta essere quello che l'Italia risulta lo Stato Ocse con la più alta percentuale di attività assistenziale informale agli anziani, sia per ciò che concerne l'assistenza di servizi pubblici per l'assistenza a lungo termine, sia per quanto riguarda l'assistenza a domicilio.
Anche se con il tempo si sta prefigurando una ritornata tendenza all'assistenzialismo espletato anche dalle lavoratrici italiane, l'INPS infatti rileva che vi è stato un aumento del numero di colf e badanti italiane del 4,3% rispetto al 2013 e del 9,6% rispetto al 2012.
Se da un lato la disoccupazione è stata avvertita in misura minore dalle donne immigrate, dall'altro la qualità del lavoro svolto è sensibilmente peggiorata, perché esse tendono a svolgere tipologie di lavori molto meno qualificati e anche più precari rispetto al passato.
A riprova di ciò si registra che tra il 2007 e il 2012 vi è stato un aumento del part-time involontario delle donne migranti dal 18% al 30%, soprattutto prevalente tra le donne africane e provenienti dall'Asia meridionale, che risiedono in Italia da circa dieci anni, in special modo nel Mezzogiorno.
Infine, va segnalata la crescita dell'imprenditoria sostenuta dalle donne immigrate, con 121.000 imprese condotte da donne nate all'estero, registrate nelle Camere di Commercio italiane alla fine del 2014, il 23,1% di tutte le aziende guidate da lavoratori immigrati.

Le donne che emigrano per motivi familiari
Il grado d'inserimento occupazionale delle donne tra i cittadini stranieri cambia a seconda dei Paesi di origine.
In generale, tra i gruppi più numerosi si evidenziano per una larga partecipazione al mondo del lavoro le donne provenienti dall'Est Europeo, dall'America Latina e dall'Asia Orientale, come le ucraine, le moldave, le romene, le peruviane, le filippine e le cinesi, mentre meno attive nel Mercato del Lavoro quelle provenienti dal Sud est asiatico e dal Nord Africa come le bangladesi, le indiane, le egiziane e le marocchine.
Tra le motivazioni corrispondono cause sia interne che esterne alle Comunità di provenienza, tra queste, la principale riferita proprio al ruolo e l'immagine della donna in quanto considerata la sola responsabile della cura della casa e della famiglia.
Questa condizione influisce ovviamente sulle opportunità sociali e lavorative delle donne provenienti da questi Paesi, poiché la vita domestica di molte di loro le chiude all'interno di una scatola, per così dire, nel quale non è facile poi partecipare a quelle attività fondamentali, per stabilire anche una comunicazione con il territorio ed il contesto sociale in cui vivono.
Ecco allora la difficoltà che si presenta loro nell'apprendimento della lingua e nella conoscenza del nuovo contesto in cui si inseriscono.
In questo background di provenienza, la donna straniera stabilisce dei forti legami di dipendenza dal proprio coniuge per l'accesso a informazioni sanitarie, ai documenti e ad eventuali attività ricreative.
Inoltre, tra i fattori esterni alla Comunità di riferimento le discriminazioni a sfondo religioso (con specifico riferimento all'uso del velo), complicano ulteriormente le possibilità di un inserimento lavorativo di queste donne.
Altro problema con cui le donne, soprattutto quelle di origine musulmana, devono scontrarsi, riguarda proprio l'uso del velo integrale negli spazi pubblici.
In tale questione, vi è stata un'ampia discussione da parte degli organi giuridici e, nonostante le ordinanze emesse da Autorità locali per imporre il divieto del porto del velo integrale, la giurisprudenza si è pronunciata in senso favorevole sia all'utilizzo del burqa sia del nijab (Sentenza Consiglio Stato 19 giugno 2008, n. 3076).

Le donne migranti rifugiate e richiedenti asilo
Tra i vari fattori che spingono uomini e donne a migrare forzatamente dal proprio Paese d'origine per chiedere asilo in un altro, ve ne sono alcune, che purtroppo affliggono in modo specifico le donne, come ad esempio le violenze sessuali, le mutilazioni genitali e i matrimoni forzati.
In Italia, nel 2014, sono state presentate quasi 65.000 richieste di protezione internazionale e, per quanto concerne l'universo femminile, le Collettività che si evidenziano per l'incidenza in base a questo genere sono quella eritrea (26,2%), quella nigeriana (25,4%) e quella somala (23,4%), mentre per le altre, la componente femminile resta inferiore al 6%.
Resta, dunque, fondamentale in tale questione la necessità di prestare massima attenzione alle potenziali vittime di tratta, presenti tra chi richiede il riconoscimento della protezione internazionale, e di organizzare quanto prima tutte le misure atte a proteggere le vittime, anche attraverso l'adozione del Piano Nazionale contro la tratta previsto dal Decreto Legislativo n. 24/14.

Tra discriminazioni e opportunità i fattori che influenzano vita e scelte delle donne migranti
Emigrare rappresenta un'esperienza che ridefinisce il ruolo della donna, sia dentro che fuori il contesto della Comunità d'appartenenza, ma a questo processo concorrono un insieme di fattori che non sono solo costituiti dal genere o dalla nazionalità, dall'appartenenza religiosa, dall'appartenenza etnica, dalla classe di provenienza, dal livello culturale, dall'età, ma da tutti questi e altri fattori interagenti insieme.
Ad esempio, le donne che giungono in Italia per lavorare, diventano coloro le quali contribuiscono al mantenimento delle famiglie nei Paesi d'origine, ma anche interlocutrici dei servizi bancari grazie alle rimesse.
Contemporaneamente, però, i bassi livelli culturali delle persone migranti provenienti dalle Aree rurali del Nord Africa e dell'Asia del Sud inducono più facilmente le donne a rimanere relegate all'interno delle mura domestiche.
Anche in tal caso, però, non è da sottovalutare la capacità delle donne immigrate di stabilire delle relazioni per la partecipazione alla propria vita sociale in Italia, per costruire la propria identità e trovare i propri sistemi di riferimento.
Per quanto attiene le norme che tutelano le donne immigrate da forme di discriminazione, basata da più fattori, in Italia, così come per gli altri Paesi europei, l'implementazione delle direttive antidiscriminatorie del 2000 ha generato una nuova sensibilità per le forme di discriminazioni multiple.
Tali norme prevedono che siano adottate le misure necessarie, per far sì che i fattori discriminatori non siano causa di discriminazione, considerando il diverso impatto che le medesime forme di discriminazione possono avere su donne e uomini.
A questo proposito, i Comitati Cerd e Cedaw fanno riferimento da anni al concetto di discriminazione multipla. Un esempio è quello rappresentato dalla Raccomandazione n. 32 del Cerd del 2009 che, in materia di art. 1.1 della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, stabilisce che i fattori discriminatori sono estesi nella pratica dal concetto di "intersezionalità", nel contesto in cui il Comitato si occupa di situazioni di discriminazioni multiple o doppie, (come ad esempio avviene per quella basata su religione e genere), qualora emerga che una discriminazione su tale fattore esista in combinazione con uno o più fattori enucleati all'art. 1 della Convenzione.
Ulteriore strumento adottato per la tutela delle donne immigrate è rappresentato dalla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Instanbul), la quale è stata ratificata dall'Italia con la Legge 27 giugno 2013, n. 77, che si sofferma nello specifico su
gravi forme di violenza, tra cui la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosi detto "onore" e le mutilazioni genitali femminili.
Proprio per rafforzare il sistema di protezione, oltre che giuridico, per tutte le donne immigrate, vittime di gravi forme di violenza subite, è stato aggiunto un nuovo articolo (art. 18 bis) nel Testo Unico sull'immigrazione, con il quale si introduce un nuovo tipo di permesso di soggiorno, ossia per motivi umanitari alle vittime straniere di violenza domestica, rinforzando in tal modo, la tutela delle vittime prive di permesso regolare.

L'associazionismo al femminile e le sue azioni
Ruolo determinante è quello svolto da forme di associazionismo da parte delle donne immigrate, per facilitare i rapporti tra loro e la cittadinanza.
In particolare, negli ultimi anni si è assistito ad un incremento nell'associazionismo delle donne musulmane, sintomo della crescente volontà di essere rappresentate nella Società Civile italiana.
Tra le principali priorità di queste Associazioni, vi è il dialogo interreligioso, lo scambio interculturale, la lotta alle discriminazioni e la consulenza.
Il primo rapporto sull'Associazionismo delle donne immigrate in Italia mostra che le Associazioni di donne migranti, oltre ad aver contribuito all'inserimento lavorativo, hanno favorito sia l'apprendimento della lingua italiana per le donne, sia della lingua del Paese d'origine per i loro figli.
Le Associazioni fondate da più tempo sono quelle rappresentate da donne eritree e filippine, inserite ormai da decenni in Italia.
La nazionalità maggiormente rappresentata invece è quella somala con 8 Organizzazioni, di cui 3 presenti solo in Lombardia, seguita da quelle ucraina, senegalese, marocchina, capoverdiana, nigeriana, romena e cinese.
Nella maggior parte dei casi, le Associazioni sono state costituite nei primi anni Duemila.

(Fonte: Dossier Statistico Immigrazione 2015 - a cura di IDOS)
(Immagine tratta d aPixabay.com/© 2017 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati