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L'orrore nei manicomi tedeschi sotto il nazismo

Il racconto di Michael Von Cranach, direttore negli anni '80 di un istituto psichiatrico in Germania e che per primo ha svelato cosa accadde dal 1939 al 1945 studiando le cartelle cliniche. "Il criterio era economico: chi non poteva lavorare veniva eliminato"

27 gennaio 2020

MILANO - Chi non era in grado di lavorare e di collaborazione al funzionamento del manicomio veniva ucciso. Era questa la regola applicata negli istituti psichiatrici della Germania dal 1939 al 1945: "In tutto il Reich furono eliminate circa 240 mila persone con problemi psichiatrici o disabilità mentali", racconta Michael Von Cranach, lo psichiatra tedesco che per primo ha rivelato al mondo gli orrori accaduti nelle cliniche tedesche. "Quando nei primi anni '80 divenni direttore dell'istituto psichiatrico di Kaufbeuren (in Baviera, ndr) trovai una situazione drammatica per le condizioni dei pazienti e per come erano trattati - racconta -. E subito mi resi conto che quell'istituto poteva avere una storia passata terribile. Così decisi di studiare tutte le cartelle cliniche dell'archivio, ogni sera dopo il lavoro. Solo nel mio istituto erano state uccise, sotto il nazismo, 2.400 persone".

L'eliminazione dei malati psichiatrici era stata decisa da Hitler con l'Euthanasieerlass (decreto eutanasia) il primo settembre 1939. "Ai direttori dei manicomi fu chiesto di redigere una scheda di un solo foglio per ciascun paziente -racconta-. E nello specifico dovevano indicare se il paziente era in grado di lavorare o se già contribuiva al sostentamento dell'istituto svolgendo qualche mansione al suo interno. Il criterio era puramente economico. I malati erano considerati un costo da eliminare". A Berlino fu creato un ufficio che aveva il compito di vagliare le schede. "Il piano, denominato anche T4, fu attuato in due fasi. Nella prima, fino all'agosto del 1941, i pazienti da eliminare furono man mano trasferiti in sei istituti in cui erano state allestite camere a gas. Nella seconda fase invece le persone furono uccise direttamente negli istituti in cui erano ricoverati: facendoli morire di fame o con iniezioni di barbiturici". Sulle cartelle cliniche la causa di morte registrata era di solito "per broncopolmonite".

"Finita la guerra e il nazismo non si parlò più di quel che era successo nei manicomi - sottolinea Michael Von Cranach -. Ho trovato lettere di famigliari di pazienti che negli anni '50 e '60 chiedevano informazioni sulla fine dei loro cari. Ma nessuno dava loro una risposta". Una storia dimenticata fino agli anni '80, quando Von Cranach e altri giovani psichiatri hanno cominciato a pubblicare articoli e libri e a raccontare in pubblico quello che stavano scoprendo negli archivi. "Ora a Monaco c'è un'associazione dei parenti dei pazienti uccisi -aggiunge-. E in Germania è stata istituita una Giornata per ricordarli, il 18 gennaio. Quel giorno, nel 1940, ci fu la prima deportazione di un gruppo di malati in uno dei sei istituiti in cui erano state allestite le camere a gas".

Michael Von Cranach sarà in Italia, a Cinisello Balsamo (provincia di Milano) il 29 gennaio. L'associazione L-inc, in collaborazione con il Comune, ha organizzato la proiezione del film “Nebbia in agosto”, ispirato alla storia vera del tredicenne Ernst Lossa, vittima del programma di eutanasia nazista. La proiezione avverrà nell’Auditorium Falcone e Borsellino e sarà preceduta, a partire dalle 20.30, da un dialogo tra Michael Von Cranach e Matteo Schianchi, storico della disabilità. "In Italia non ci fu un piano di eliminazione come quello tedesco -conclude Von Cranach-. Ma manca comunque uno studio approfondito su quel che accadde nei manicomi italiani in quegli anni. Soprattutto bisognerebbe studiare le cartelle cliniche e le morti registrate".

di Dario Paladini

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