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Improprio utilizzo dei permessi 104 da parte del familiare che presta assistenza

La Cassazione si è espressa su due casi che rappresentano storie di persone che, durante i giorni di permesso, vengono trovate in vacanza, oppure fuori città

9 agosto 2019

L’art. 33 della legge 104/92 prevede che la persona con handicap grave possa essere assistita dal familiare che ne abbia i requisiti previsti dalla legge.
Due sentenze della Corte di Cassazione, si sono espresse su due casi il 4984 del 4 Marzo 2014 e, 8784 del 30 aprile 2015, rappresentano storie di persone che, durante i giorni di permesso, vengono trovate in vacanza, oppure fuori città o a feste e, sempre più spesso, arrivano al nostro servizio, richieste di chiarimento relative il comportamento che, il familiare che presta assistenza, debba tenere durante i tre giorni di permesso.
Per prima cosa consideriamo che, disattendere quanto previsto dalle norme di tutela dell’assistenza alle persone con disabilità è un comportamento tanto più odioso, in quanto questo, impone un impegno di spesa pubblica che tutta la collettività sopporta a tutela esclusiva della persona con disabilità che, le giornate di permesso o di congedo richieste dal lavoratore, prevedono generalmente una riorganizzazione dell’attività lavorativa e spesso  incombenze più gravose per i colleghi, oltre al fatto, che il riconoscimento di queste agevolazioni comporta un vincolo morale oltre che giuridico del lavoratore, cittadino. In ultima analisi una condotta che ha forza di disvalore sociale.
La normativa, non arriva a specificare esattamente i compiti o le attività che è possibile svolgere durante le ore di permesso legge 104/92. Certamente, andare ad una festa o partire per le vacanze durante queste giornate, non è un comportamento corretto e, crediamo, debba essere sanzionato.
Il timore è che, al solito, per punire comportamenti poco corretti, si possa arrivare a sanzionare anche chi, invece, si comporta correttamente e che, questo possa portare le amministrazioni e i datori di lavoro, ad adottare una condotta di verifica estrema e inquisitoria.
La Legge 104/92 nasce per promuovere e tutelare la piena integrazione della persona con disabilità nella società e nel mondo del lavoro, attraverso l’adozione di misure necessarie che, passano anche per il diritto alla assistenza. E’, pertanto, il diritto che la persona con disabilità ha, di ricevere assistenza per potersi integrare nella società, quello che la legge tutela.
La natura di questa agevolazione, non prevede che l’assistenza sia erogata espressamente per accudire fisicamente la persona, l’assistenza infatti può esplicitarsi anche in attività che sono di aiuto o di supporto alla persona con disabilità, come ad esempio l’acquisto di un medicinale, il pagamento di una bolletta, o altro. La normativa, non prevede neanche che, durante le ore di assistenza, il familiare debba rimanere a contatto con la persona da assistere e, certamente, non vi è un elenco di attività possibili o lecite.
Lo esplicita chiaramente un interpello del Ministero del Lavoro, il numero 30, del 6 Luglio 2010, nel quale il Ministero si esprime sulla possibilità di utilizzo del congedo straordinario, D.Lgs 151/2001, (una agevolazione differente rispetto ai permessi ma, è la motivazione espressa che qui ci interessa) per assistere il familiare con grave disabilità, qualora questi presti a sua volta attività lavorativa nel periodo di godimento del congedo da parte del familiare che presta assistenza, nell’interpello si legge “non sembra conforme allo spirito della normativa porre, a priori, un limite alla fruizione del congedo da parte di colui che assiste il familiare disabile.
Tale prassi risulterebbe peraltro in contrasto con i principi formulati dalla L. n. 104/1992 che mira invece a promuovere la piena integrazione del disabile nel mondo del lavoro e l’adozione delle misure atte a favorirla, così come in contrasto con le finalità di cui alla L. n. 68/1999.
Infatti, l’assistenza si può sostanziare in attività collaterali ed ausiliarie rispetto al concreto svolgimento dell’attività lavorativa da parte del disabile, quali l’accompagnamento da e verso il luogo di lavoro, ovvero attività di assistenza che non necessariamente richiede la presenza del disabile, ma che risulta di supporto per il medesimo (ad esempio prenotazione e ritiro di esami clinici).”
Crediamo anche, che assistere quotidianamente una persona con disabilità grave, sia un compito gravoso, non solo per la fatica fisica che questo comporta ma, anche, per la fatica psicologica del trovarsi accanto una persona che, spesso, dipende completamente da chi assiste. Inoltre le ore di permesso e le agevolazioni lavorative in generale, non sono certamente sufficienti a prestare una assistenza adeguata, soprattutto nei casi più gravi. In sostanza, crediamo non rientri in un comportamento contro la norma, pensare che, durante le ore di permesso 104 o durante i giorni di congedo straordinario, il familiare che assiste, possa poter utilizzare, detto tempo anche per riposarsi dalla fatica che l’assistenza ad una persona con grave handicap comporta ma, siamo anche dell’idea che, non debba essere possibile stravolgere la natura dell’impianto normativo.
In estrema sintesi, riteniamo che recarsi a fare attività diciamo “normali” come fare la spesa, pagare le bollette, o espletare servizi simili, non possa essere oggetto di valutazioni da parte di chicchessia.
In ultimo ricordiamo una importante sentenza della Corte di Cassazione, seconda sezione penale, n. 54712/2016 che alla luce delle decisioni dei giudici della consulta n. 213/2016 ha rilevato che i permessi mensili abbiano una duplice finalità:
a) vengono concessi per consentire al lavoratore di prestare la propria assistenza con ancora maggiore continuità;
b) vengono concessi per consentire al lavoratore, che con abnegazione dedica tutto il suo tempo al familiare handicappato, di ritagliarsi un breve spazio di tempo per provvedere ai propri bisogni ed esigenze personali.” 
Inoltre, dicono ancora i giudici: “L’agevolazione consiste nel fatto che il beneficiario del permesso ha a disposizione l’intera giornata per programmare al meglio l’assistenza in modo tale da potersi ritagliare uno spazio per compiere quelle attività che non sono possibili (o comunque difficili) quando l’assistenza è limitata in ore prestabilite e cioè dopo l’orario di lavoro”. 
La Corte infine detta questo principio di diritto: “Colui che usufruisce dei permessi retribuiti ex art. 33 L 104/1992, pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore in cui avrebbe dovuto svolgere attività lavorativa, non può, tuttavia, utilizzare quei giorni come se fossero giorni feriali senza prestare alcuna assistenza alla persona handicappata. Di conseguenza risponde del delitto di truffa il lavoratore che, avendo chiesto ed ottenuto il permesso di poter usufruire di quei giorni di permesso retribuiti, li utilizza per recarsi all’estero in viaggio di piacere, non prestando quindi alcuna assistenza”.

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Immagine tratta da pixabay.com

di Giorgia Di Cristofaro

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