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Gli accomodamenti ragionevoli per garantire l'inserimento lavorativo delle persone con disabilità

Con una sentenza del luglio 2013 la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che gli stati membri devono prevedere l'obbligo, per i datori di lavoro, di adottare accomodamenti ragionevoli per agevolare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità

4 marzo 2019

La Corte di Giustizia Europea, nel luglio 2013, ha condannato l’Italia per non aver imposto a tutti i datori di lavoro di prevedere, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, soluzioni ragionevoli applicabili a tutti i disabili, venendo meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente l’articolo 5 della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
 
La sentenza della Corte di Giustizia Europea
La sentenza richiama la nozione di handicap che, sebbene non definita nella direttiva 2000/78, alla luce della Convenzione dell’ONU, deve essere intesa come limitazione risultante da menomazioni fisiche, mentali o psichiche durature che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione della persona interessata alla vita professionale su base di uguaglianza con gli altri lavoratori.
Di conseguenza, l’espressione “disabile” utilizzata nell’articolo 5 della direttiva 2000/78 deve essere interpretata come comprendente tutte le persone affette da una disabilità corrispondente alla definizione appena enunciata.
La sentenza ricorda poi, che in conformità dell’articolo 2, quarto comma, della Convenzione dell’ONU, gli “accomodamenti ragionevoli” sono “le modifiche e gli adattamenti necessari ed appropriati che non impongano un onere sproporzionato o eccessivo adottati, ove ve ne sia necessità in casi particolari, per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali”. Ne consegue che tale disposizione contempla un’ampia definizione della nozione di «accomodamenti ragionevoli» che si riferisce all’eliminazione delle barriere di diversa natura che ostacolano la piena ed effettiva partecipazione delle persone disabili alla vita professionale su base di uguaglianza con gli altri lavoratori.
Si ricorda, a questo proposito, che i giudici di Lussemburgo avevano già  chiarito un dubbio interpretativo sulla nozione di adattamenti ragionevoli precisando che non si riferiscono solo alla accessibilità fisica dei luoghi di lavoro, ma, più in generale, alla compatibilità dell’ambiente di lavoro – ivi compresa l’organizzazione e l’orario di lavoro – con il funzionamento della persona.
La sentenza prevede ancora che gli Stati membri devono stabilire nella loro legislazione un obbligo per i datori di lavoro di adottare provvedimenti appropriati, cioè provvedimenti efficaci e pratici, ad esempio sistemando i locali, adattando le attrezzature, i ritmi di lavoro o la ripartizione dei compiti in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, per consentire ai disabili di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione, senza imporre al datore di lavoro un onere sproporzionato.
L’obbligo imposto dall’articolo 5 della direttiva 2000/78 di adottare, ove ve ne sia necessità, provvedimenti adeguati, riguarda tutti i datori di lavoro. Tali provvedimenti non devono, tuttavia, imporre un onere sproporzionato.
Ne consegue che, per trasporre correttamente e completamente l’articolo 5 della direttiva 2000/78 non è sufficiente disporre misure pubbliche di incentivo e di sostegno, ma è compito degli Stati membri imporre a tutti i datori di lavoro l’obbligo di adottare provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tutti i disabili, che riguardino i diversi aspetti dell’occupazione e delle condizioni di lavoro e che consentano di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione.
 
La sentenza rileva che la legislazione italiana non recepisce il dettato dell’art. 5 della direttiva 2000/78 in quanto:
  • la legge n. 104/1992 prevede che l’inserimento lavorativo e l’integrazione sociale dei disabili siano realizzati tramite misure che consentano di favorire il loro pieno inserimento nel mondo del lavoro, in forma individuale o associata, nonché la tutela del loro impiego. Essa comporta disposizioni relative all’integrazione scolastica e alla formazione professionale e prevede in particolare aiuti a carico delle regioni. D’altra parte, la legge n. 104/1992 attribuisce alle regioni la competenza a regolamentare le agevolazioni ai singoli disabili per recarsi al posto di lavoro e per l’avvio e lo svolgimento di attività lavorative autonome, nonché gli incentivi, le agevolazioni e i contribuiti accordati ai datori di lavoro, anche al fine di adattare il posto di lavoro;
  • la legge n. 381/1991 è destinata all’inserimento lavorativo dei disabili attraverso le cooperative sociali, i cui dipendenti, ai sensi di tale legge, devono essere almeno per il 30% persone svantaggiate;
  • la legge n.68/1999 ha lo scopo esclusivo di favorire l’accesso all’impiego di taluni disabili;
  • il decreto legislativo n. 81/2008 disciplina solo un aspetto dei provvedimenti appropriati e cioè l’adeguamento delle mansioni alla disabilità dell’interessato.
Pertanto, la legislazione italiana, anche se valutata nel suo complesso, non impone all’insieme dei datori di lavoro l’obbligo di adottare, ove ve ne sia necessità, provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tutti i disabili, che riguardino i diversi aspetti dell’occupazione e delle condizioni di lavoro, al fine di consentire a tali persone di accedere ad un lavoro, di svolgerlo, di avere una promozione o di ricevere una formazione. Pertanto, essa non assicura una trasposizione corretta e completa dell’articolo 5 della direttiva 2000/78.
 
L’intervento della normativa italiana
Prendendo atto di questa sentenza, la Legge 9 agosto 2013, n. 99 di conversione del decreto legge 28 giugno 2013, n. 76 modifica il Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216 di recepimento della direttiva europea 2000/78/CE, prevedendo che tutti i datori di lavoro pubblici e privati debbono garantire il rispetto del principio della parità di trattamento tra persone con disabilità e persone “normodotate”. Di conseguenza, vanno adottati “accomodamenti ragionevoli”, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone disabili, ratificata ai sensi della legge n. 18/2009. Per i datori di lavoro pubblici l’attuazione di tale disposizione deve avvenire senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.
La legge n. 99/13 (articolo 9, comma 4-ter) aggiunge all’articolo 3 del Decreto Legislativo n. 216/03 il comma 3 bis, che così dispone: “Al fine di garantire il rispetto del principio della parità di trattamento delle persone con disabilità, i datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad adottare accomodamenti ragionevoli, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata ai sensi della legge 3 marzo 2009, n. 18, nei luoghi di lavoro, per garantire alle persone con disabilità la piena eguaglianza con gli altri lavoratori. I datori di lavoro pubblici devono provvedere all’attuazione del presente comma senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”.
 
Normativa di riferimento
  • Legge 8 novembre 1991, n. 381 - "Disciplina delle cooperative sociali";
  • Legge 5 febbraio 1992, n. 104 - "Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”;
  • Legge 12 marzo 1999, n. 68 - “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”;
  • Direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000 - che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro;
  • Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216 - "Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro";
  • Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità - approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006;
  • Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 - “Attuazione dell'articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”;
  • Legge 3 marzo 2009, n. 18 - "Ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, con Protocollo opzionale, fatta a New York il 13 dicembre 2006 e istituzione dell'Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità";
  • Sentenza della Corte di Giustizia Europea 4 luglio 2013 - Causa C-312/11 Commissione Europea contro Repubblica Italiana;
  • Decreto Legge 28 giugno 2013, n. 76 - “Primi interventi urgenti per la promozione dell'occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti” convertito con modificazioni dalla Legge 9 agosto 2013, n. 99.
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Immagine tratta da pixabay.com

di Alessandra Torregiani

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