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Did al 100%. "Studenti disabili nelle aule deserte": il racconto degli assistenti

L’ultimo Dpcm estende al 100% la didattica a distanza nelle scuole superiori su tutto il territorio nazionale, ma conferma, anche nelle “zone rosse”, la possibilità di frequenza per gli studenti con disabilità. Ecco cosa sta accadendo

6 novembre 2020

ROMA - “Lunedì eravamo tre adulti, tra assistenti e docenti, insieme a cinque studenti con diverse disabilità. I corridoi vuoti, le aule deserte. Altro che scuola, sembrava un centro diurno”. E' la realtà vista dagli occhi di Andrea, un assistente specialistico a cui quest'anno sono stati affidati tre studenti, presso un istituto tecnico di Roma, di cui due con gravi disturbi relazionali e comportamentali. Oggi Andrea è a scuola, ma l'insegnante di sostegno non c'è quindi i ragazzi sono rimasti a casa, perché “non mi è permesso stare da solo con gli studenti disabili, deve essere presente almeno un docente”, ci spiega. Questa situazione “surreale”, come la descrive, è frutto di una misura che dovrebbe tutelare il diritto all'inclusione scolastica degli studenti con disabilità: per loro la didattica a distanza è una possibilità, ma la frequenza in presenza deve essere sempre garantita.

Quegli studenti disabili nelle scuole deserte

A ribadirlo è oggi l'ultimo Dpcm, firmato stanotte da Conte, che ha esteso al 100% la didattica a distanza nelle scuole superiori su tutto il territorio nazionale, ma conferma, anche nelle “zone rosse”, la possibilità di frequenza per gli studenti con disabilità. Ecco quanto si legge in proposito: “Le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell'organizzazione dell'attività didattica ai sensi degli articoli 4 e 5 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, in modo che il 100 per cento delle attività sia svolta tramite il ricorso alla didattica digitale integrata. Resta salva la possibilità di svolgere attività in presenza qualora sia necessario l'uso di laboratori o in ragione di mantenere una relazione educativa che realizzi l'effettiva inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali, secondo quanto previsto dal decreto del Ministro dell'istruzione n. 89 del 7 agosto 2020, e dall'ordinanza del Ministro dell'istruzione n. 134 del 9 ottobre 2020, garantendo comunque il collegamento on line con gli alunni della classe che sono in didattica digitale integrata”.

“E' una situazione paradossale e di grande confusione - ci spiega Andrea, 40 anni tra due giorni, laureato in Lettere, da 15 anni operatore sociale al fianco di persone con disabilità - I ragazzi disabili hanno la possibilità, confermata dall'ultimo Dpcm, di stare sempre in presenza, ma questo è possibile solo se il docente è presente, perché non possono stare da soli con noi assistenti. E l'insegnante non è sempre presente: i curricolari sono tutti a cassa, in didattica a distanza, mentre i docenti di sostegno a volte ci sono, ma non per tutti i ragazzi, perché alcuni posti non sono ancora stati coperti. Chi non ha l'insegnante di sostegno di fatto non ha la possibilità di venire a scuola, ma personalmente credo che sia meglio per lui: in queste condizioni, con le aule deserte e i soli studenti disabili in classe, la scuola sembra più un centro diurno e parlare d'inclusione è davvero impossibile. Didattica? Neanche a parlarne, in queste condizioni è impossibile, così come è impossibile fare integrazione, che poi sarebbe il nostro compito e il nostro lavoro. La nostra funzione, in un simile contesto, viene decisamente meno. Il lavoro che dovremmo fare è di relazione con la classe: ma se il ragazzo è in classe da solo, che senso ha? Il problema è che molti genitori preferiscono comunque portarli a scuola, anche in queste condizioni, o perché non hanno modo di tenerli a casa, o perché pensano che qui si concentrino maggiormente e partecipino meglio alla didattica digitale. La verità è che passiamo le ore vagando nei corridoi in cerca di connessione, con i ragazzi che ci seguono, senza che possiamo fare con loro né didattica, né integrazione”.

Andare a casa dei ragazzi non potrebbe essere una soluzione? “No, non è la nostra funzione: noi non siamo assistenti domiciliari e non siamo formati per questo tipo d'intervento. Tanto che a scuola non possiamo stare da soli con i ragazzi. Noi sappiamo e dobbiamo fare inclusione, favorire la partecipazione dei ragazzi con disabilità al lavoro e alle attività dei loro compagni. E questo possiamo farlo a distanza, con il ragazzo collegato da casa e noi da remoto, a interagire tanto con lui quanto con la classe. Alla famiglia dovrebbe piuttosto essere garantito un diverso supporto, anche di tipo domiciliare, che però non possono chiedere a noi. Anzi – conclude Andrea – questa potrebbe e dovrebbe essere l'occasione per definire meglio il nostro profilo professionale e il nostro ruolo, sui quali ancora regna una grande confusione”.

E' d'accordo Luana, anche lei assistente specialistica: “Il nostro compito principale è favorire l'inclusione degli studenti disabili con i loro coetanei. La pandemia ci ha trovati spaesati, non sapevamo come far svolgere la didattica a distanza ai nostri ragazzi. Poi, anche grazie alle famiglie, abbiamo trovato il modo di collegarci con loro, sia individualmente sia con la loro classe: anche attraverso lo schermo del computer, siamo riusciti a concludere l'anno bene. Ora la situazione è più critica: il decreto dispone che tutte le superiori debbano fare a didattica a distanza e credo che dovrebbe valere anche per gli studenti disabili: non possiamo farli sentire diversi. A scuola ci sarebbero solo loro: perché far sentire il ragazzo diverso dai suoi compagni?”. L'assistente specialistico a domicilio “non si può fare, soprattutto per un problema di sicurezza: anche io potrei essere fonte di contagio e portarlo in casa dello studente con disabilità. Per me la condizione migliore è fare didattica a distanza per tutti, anche per gli studenti con disabilità, che ormai sono in grado di farlo. Per loro la scuola è stare insieme agli altri compagni di classe: andare a scuola da soli non avrebbe alcun significato”.

Ricorda M., laureata in Psicologia e assistente specialistica: “L'assistenza specialistica lavora per l'inclusione e l'autonomia del ragazzo. In realtà c'è tanta confusione: noi non dovremmo fare didattica, tanto meno a domicilio, perché cadrebbe l'obiettivo stesso e il senso del nostro ruolo. Certo c'è l'esigenza di sollevare le famiglie in questa situazione, ma è vero che che tanti genitori, comunque, non stanno mandando a scuola i figli con disabilità, perché hanno paura. Chi può, li tiene a casa. E credo che con una didattica a distanza ben pensata e ben realizzata sarebbe la soluzione migliore. La mia piccola esperienza di didattica a distanza con studenti disabile mi ha fatto capire che si può fare, magari poco, ma con tutto, anche con le disabilità più gravi”.

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