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Non chiamatelo “alunno H”: appello di un docente ai suoi colleghi

Simone Stabilini, docente, studioso e scrittore, riflette su una definizione ancora usata da tanti insegnanti e non solo. “La lettera H suona come un timbro, uno spregevole simbolo di deficienza. Quasi come la lettera scarlatta”

14 novembre 2019

ROMA – Si può definire uno studente “H”? No, non si può: ne è convinto Simone Stabilini, docente e ricercatore esperto di autismo e studi sulla disabilità e marginalità. Eppure, tanto ancora è in uso questa espressione, soprattutto tra i docenti, di sostegno e non. “Sto provando profondo imbarazzo, in questi ultimi tempi di compilazione dei vari Pei, Pdp e chi più ne ha più ne metta, leggendo in innumerevoli gruppi innumerevoli interventi di insegnanti che si riferiscono ai propri studenti come 'alunni H'. Ora, tralasciando le scuse più o meno fantasiose che molti di di questi docenti apportano quando viene fatto loro notare che non è adeguato chiamare un alunno H a meno che H sia il suo nome, fissiamo tre punti fermi”, propone Stabilini. Perché qui non si tratta solo di una finezza linguistica, ma di un problema culturale che compromette e ostacola la piena inclusione degli studenti con disabilità.
 
Il primo principio: “Ognuno di noi ha la sua H, ma nessuno di noi è la sua H. Nessuna persona può essere individuata a partire dalle proprie difficoltà”, ricorda Stabilini. Così come non di dice e non si scrive “il disabile” o “il cieco”, perché la disabilità è e deve restare un attributo. Il secondo principio: “La lettera H suona come un timbro, uno spregevole simbolo di deficienza, quasi come la lettera scarlatta, e nel 2019 non posso credere che le persone non pensino a questo risvolto, per di più docenti”.
 
Il terzo principio invita tutti i docenti a un'autocritica e una successiva assunzione di responsabilità, nella partecipazione a un cambiamento che si ritiene necessario: “Smettiamola con la scusa dei tempi, del Miur,  delle sigle, dei vari manuali, delle indicazioni ministeriali o locali, degli usi e costumi: serve una razione di onestà intellettuale che permetta a tutti di tornare sui propri passi ed ammettere che le cose si possono migliorare solo se quella di migliorarle è una scelta consapevole. Il problema del 'tutti fanno così', o del "io non do peso a questo" è solo una becera scusa, un bieco modo di non prendersi le proprie responsabilità e nascondere la testa sotto la sabbia, come fanno gli struzzi. Altrimenti, sapete cosa si può fare? Incominciamo a identificare tutte le persone - a partire dai docenti che chiamano i loro studenti 'alunni H' - , con una sigla: 'persona I' per ignorante o insopportabile, o 'persona V' per vocalmente molesta. Le persone non sono le loro difficoltà. Le persone non sono la loro disabilità. Nessuno di noi è la propria disabilità o la propria difficoltà. E i primi da tutelare sono gli studenti, perché rappresentano il nostro futuro: e non il futuro H”.

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